lunedì 3 agosto 2015

Dal terreno emergono i brani di un antico Convento

Nel corso del 2014, sulla scorta delle pregresse esperienze (nel 2008 e nel 2011 con le quali sono stati sostenuti 21 progetti, per un'erogazione complessiva di 8 milioni di euro)", la Fondazione per il Sud "ha pubblicato una terza edizione del Bando per la valorizzazione del patrimonio storico-artistico e culturale nelle regioni meridionali, con l'obiettivo di promuovere e valorizzare l'uso 'comune' dei beni culturali, e permetterne un'ampia fruibilita' da parte della collettività. Rispetto alle precedenti edizioni, la Fondazione ha deciso di adottare una procedura inedita, che svincola la proprietà dell'immobile con la progettualità che in esso sarà sviluppata, prevedendo due fasi distinte".
Si tratta di beni per l'80% di proprietà di Enti Pubblici (76% Comuni), un 10% appartiene ad Enti Ecclesiastici, il restante rientra nella categoria Ville e palazzi storici, seguono luoghi di culto, castelli e fortezze, beni archeologici, beni di archeologia industriale e spazi di altra natura. Dei 221 beni proposti la Fondazione ne ha selezionati quattordici.  Cinque di questi in Sicilia: Villa Manganelli a Zafferana Etnea (Catania), Chiesa della Madonna della Raccomandata a Sciacca (Agrigento), Castello di Federico II a Giuliana (Palermo), 
Padiglione 10 e Padiglione 20 dei Cantieri culturali alla Zisa di Palermo. Nel corso della II fase dell'iniziativa, "gli immobili selezionati hanno partecipato al bando vero e proprio, che si e’ chiuso il 14 luglio, rivolto alle no profit del territorio per identificare le migliori proposte di interventi socio-culturali, economicamente sostenibili e capaci di favorirne la piena fruizione da parte della collettività mettendo a disposizione 4 milioni di euro”.
Ovviamente la nostra città non ha partecipato in alcun modo poiché non abbiamo alcuna notizia in merito né tantomeno vi sono candidature, del resto basta andare sul seguente sito e vedere il dettaglio dell’iniziativa (http://ilbenetornacomune.it).
Non parleremo adesso però del Castello di Federico II a Giuliana, ma di un altro bene sottratto invece del tutto all’uso comune e per giunta alla Memoria. Gli esperti del settore sono costretti a ricordarci delle cose e quando qualche settimana fa il consigliere Manuela Quadrante mi mostrò alcune foto a sorpresa. Io le dissi immediatamente di cosa si trattasse. Inoltre le persone della mia generazione che hanno avuto anche la fortuna di conoscere il lascito e la persona del professore Schirò, hanno memoria dell’ex Convento dei frati Cappuccini.
Una nota del Siusa (Sistema informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche n.d.r.) riporta che “I Cappuccini furono chiamati a Monreale nel 1580 dal cardinale Ludovico I Torres e si distinsero, per la loro vigorosa attività di culto e assistenza agli ammalati ed ai bisognosi. Dal 1662 il convento diventa luogo di studio dell'Ordine, dotato anche di una Biblioteca. Inoltre, il Comune si serviva dei Cappuccini per distribuire le elemosine. Dopo la legge di soppressione delle corporazioni religiose (R.D. n. 3036/1866) il convento venne incamerato e destinato a carcere mandamentale. La chiesa rimase aperta al culto e la Biblioteca assegnata al Comune”.



Oggi questo brandello di Monastero è venuto alla luce per scongiurare il pericolo degli incendi estivi a ridosso dell’ex seminario che ospita il Liceo Basile. E se dobbiamo dirla tutta il convento venne demolito proprio per fare spazio a tale orribile bubbone verde. Vediamo oggi i resti abbandonati di una cappella con affreschi molto deteriorati e che era certamente scomparsa dalla memoria della popolazione.
Dovremmo quindi promuovere operazioni che colleghino la salvaguardia del territorio e delle sue emergenze favorendo al tempo  percorsi di coesione sociale per lo sviluppo. Mi chiedo se sia giusto instillare ogni volta sentimenti di indignazione per incitare “a fare”.
Mi sconvolge il fatto di non trovare il disegno di una politica di lungo termine che cogliendo i tanti spunti riesca a strutturare politiche di sviluppo autopoietiche. Esistono fondazioni che sostengono centinaia di progetti “esemplari”, coinvolgendo migliaia di associazioni, cooperative, scuole, università, fondazioni, istituti ed enti, pubblici e privati, cittadini, soprattutto giovani.
Basterebbe un po' di sana fatica per allargare lo sguardo e condividere anche altre buone pratiche avviate, nel sociale, tentando di provocare innovazione nei processi di comunicazione sociale. E occasioni per la salvaguardia e la connessione di beni culturali possono stimolare nuove e valide forme di impresa che ad oggi non partono e non sono incoraggiate. 
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mercoledì 29 luglio 2015

Il massimo ribasso e i grandi pericoli nei cantieri

Oggi vi racconterò una verità a molti scomoda e sgradita anche se sotto gli occhi di tutti.
L’assunto è basato sul fatto che l’ignoranza sia il peggiore dei mali, e ciò porta alla stoltezza comportamentale al danno, al pericolo sociale e alla irreversibilità delle azioni. 
Parlo di come sia percepito che il costruire appartenga ad una cultura  appannaggio e  dominio di tutti e pertanto alla portata di chiunque. 

Niente di più sbagliato e di più ingannevole. E’ lo stesso motivo per cui sorgono mille problemi con gli operai che (pur essendo bravissime persone) hanno problemi a definire contratti, a realizzare preventivi dettagliati e circoscritti, a sottoporre agli specialisti le criticità dei progetti su cui dovranno intervenire e a conoscere la molteplicità di materiali in commercio utili a risolvere le innumerevoli casistiche presenti nei cantieri.



Il cuore della questione è nella capacità di formarsi, sostenendo i costi di tale sforzo e nella fatica di doversi mettere in discussione ogni giorno. 
In questa sede scenderemo sulla scottante tematica della Sicurezza in Edilizia perché  in un tempo in cui la crisi economica sfianca la popolazione gli investimenti per garantire la vita stessa degli operatori del settore è avvertita come superflua e fastidiosa come una tassa da evadere a tutti i costi. 
La velocità del cambiamento del mercato, delle tecnologie e delle variabili intorno a noi richiede tempi di reazione estremamente contratti; l’innovazione comporta una revisione del ruolo dell’esperienza a risposta meccanica, che rischia di entrare in azione a prescindere dall’analisi di realtà qui e ora, portando con sé materiali arcaici che possono risultare da ostacolo, freno e resistenza al cambiamento necessario e rischiano di divenire pericolosi piuttosto che delle opportunità.
Quanto più infatti l’innovazione continua è diffusa e profondamente interiorizzata, tanto più un progetto di innovazione non sconvolge la routine e innovare è nella nostra accezione sinonimo di “attivazione di processi di sicurezza” e formazione sui materiali.

La formazione in merito alla sicurezza sul lavoro è da sempre elemento fondamentale nel lungo processo di avvicinamento alla consapevolezza ed alla capacità da parte del lavoratore di prendersi cura della propria salute sul luogo di lavoro.
Anche la normativa, a partire dalla Costituzione per arrivare al D.Lgs. n. 626 del 1994, ha individuato nella formazione uno degli obblighi fondamentali ribadendo questo concetto anche nel  D.Lgs. 81/08.
Ci appare chiaro che per essere realmente “efficace”, deve poter modificare le capacità sul campo, in modo da rendere il lavoratore consapevole dei necessari comportamenti che possano garantire una reale sicurezza sul luogo di lavoro.
Invece tutto ci parla del contrario, perché nessun condominio monterebbe una linea vita per assicurare il semplice antennista mentre posiziona un cavo sul tetto. 
Cosa significa “Formazione” se non Agire sul saper fare e dunque Incrementare in termini quantitativi e qualitativi le abilità richieste per svolgere una determinata attività. Addestrare le persone a non avere comportamenti rischiosi ed esporsi al pericolo. 

Io ricordo lo strazio per la perdita di uomini che cercavano di lavorare ripristinando dei balconi dall’esterno dei condomini e che si sono trovati schiantati a terra a causa di evidenti problemi (in via di accertamento) con i mezzi di elevazione in quota. 



Ma penso alla gente che scivola nei cantieri, a chi perde piano piano l’udito perché non gli saranno mai forniti dei banalissimi tappi auricolari, a chi respira fumi inquinanti e cancerogeni quando smonta a caldo le lastre di guaine bituminose tanto amate e presenti in tutte le case. 
Morti lente e decadimenti, accentuati da comportamenti per nulla sicuri.  
Le colpe sono certamente dei titolari di impresa, ma i corresponsabili sono i medici competenti che firmano, per piccole parcelle,  tanti pezzi carta, le colpe sono di coloro i quali preparano  Documenti di Valutazione del Rischio senza avere conoscenze specifiche e approfondite o che le hanno ma non se le fanno giustamente retribuire.


Sono colpe enormi di tanti soggetti messi insieme, comunque il primo grande assassino è colui il quale affida un lavoro e vuole solamente risparmiare pretendendo un lavoro fatto bene. 
E’ la logica del massimo ribasso che uccide la società e che spregiudicatamente fa vittime innocenti. 

venerdì 12 giugno 2015

Il Duomo Sfregiato e il problema degli interventi conservativi


Francesco Gandini  in “Viaggi in Italia”pubblicato già a Cremona nel 1835 ci narra parlando del Cattedrale di Monreale che “un accidentale incendio consumò agli 8 dicembre del 1811 una parte del Duomo  che a grandi spese è già stata rifatta; i travi caduti piombarono sopra i due sepolcri, uno in porfido rosso di Guglielmo I e l’altro in marmo di Guglielmo II;…”
Che diranno le Guide di domani? E che riporteranno in merito all’accaduto?
La furia dei fulmini si è abbattuta sulla lanterna della cupola absidale e ha divelto l’elemento sommitale che si è piombato sulla strada causando danni fortunatamente solo a cose.
Eppure questa volta non c’è stato l’intervento di un sindaco allertato dalla Protezione Civile o dai Prefetti allarmato da una probabile “Allerta Meteo”
Già dal basso si poteva apprezzare, a tempesta avvenuta, che il manto di copertura non era particolarmente danneggiato ma più che altro si tratta di un piccolo sfregio al volto del nostro Duomo.
La copertura della lanterna pertanto potrà essere ripristinata con un intervento semplice, non troppo oneroso, con modesta attenzione.
Inoltre lavorando secondo il principio della “anastilosi” alla  Giovannoni, si potrà ricostruire anche la sfera lapidea che svettava all’apice grazie al recupero delle parti ritrovate lungo la via arcivescovado e raccolte dalle maestranze della Fabbriceria.
Non c’è stato innesco e propagazione di fiamme come nel 1811, ma evidentemente le forti vibrazioni sonore (tuoni)  hanno innescato un processo di riverbero acustico all’interno del catino absidale generando il distacco di qualche tessera musiva.
Quest’ultimo episodio ovviamente non compromette l’integrità dell’insieme, ma potrebbe pregiudicare la solidità dell’intero rivestimento poiché per l’appunto si parla di “patto sodale” tra le piccole parti vetrose tenute sul muro da una vecchia malta peraltro spesso poco coerente e umidiccia.
Se non ricordo male era la fine degli anni ottanta quando si lavorava al mantenimento del tessuto musivo e sotto la gestione dell’Arcivescovo Cassisa arrivarono i fondi per il restauro delle travi lignee e per la disinfestazione delle colonie di termiti che operavano un attacco xilofago alle parti in legno.
Aspettiamo con ansia che l’occhio della Soprintendenza ai Beni Culturali volga a noi il suo benevolo sguardo e che, allarmata, si attivi per una concreta azione di analisi e manutenzione.
Non per ultimo, questo evento, dovrebbe fare oltremodo riflettere su un  Patrimonio  costituito da una serie di emergenze storiche molto trascurate e in vero stato di abbandono in quanto prive di manutenzione e di semplice cura.
Madonna dell'Orto - Monreale (PA)

Penso alla chiesa dell’Odigitria o  alla chiesa della Madona dell’Orto per citarne solo due, ma non vorrei nemmeno vedere restauri in grado di annullare le tracce della tanto ricercata “patina dell’antico” (cfr. Morris e Brandi per citare due scuole di pensiero)
Registro delle aberrazioni  progettuali quando ancora nel 2015 devo vedere apposta sulla tavolatura in legno dei tetti di edifici ecclesiastici guaine bituminose che ostacolano il normale flusso igrometrico a causa della assoluta incapacità di saper scegliere a livello progettuale quali materiali riescano a garantire la vita degli elementi lignei.guainaIl problema della condensazione del vapor d’acqua, sia che avvenga sulle superfici delle strutture, sia che avvenga all’interno delle stesse, rappresenta un rischio sotto un duplice aspetto: quello legato alla conservazione delle strutture e quello legato alla salubrità degli ambienti.
Non è raro infatti imbattersi nella formazione di muffe, o assistere alla disgregazione di intonaci e murature proprio a causa dei fenomeni suddetti, pertanto non sto qui a sottolineare quanto degrado si possa provocare in ambienti di pregio storico in cui il danno diviene irreversibile.
Allo stesso modo non mi piacerebbe trovare - a ponteggi smontati - accostamenti cromatici inventati e posticci che urlano sia per l’impiego di materie prime troppo contemporanee che per l’improvvida esperienza di maestranze poco avvezze alla sacralità del restauro.

domenica 7 giugno 2015

Dammi un motivo per dire che sbaglio

La mercificazione del patrimonio culturale


La trasformabilità delle aree urbane è sotto gli occhi di tutti, negli ultimi anni di questa lunga pesante crisi, molti assetti sono cambiati in modo macroscopico, e nuove spinte si fanno spazio. Le desiderabilità sociali e le praticabilità ambientali sono frutto di vere e proprie spinte che hanno alla base riflessioni sullo sviluppo sostenibile maturate ormai livello mondiale 

Durante l’intervista della scorsa settimana con il Prof. Maurizio Carta  abbiamo concentrato la nostra attenzione su come agire, mediante una lettura serena, sui processi di riqualificazione del turismo come una delle principali leve della ricrescita e riqualificazione del nostro vasto territorio.

Alle volte pare difficile abbandonare una posizione di potere per uno stato inferiore di umiltà relativa. L’incapacità di guardare ad un fenomeno territoriale più ampio non conduce verso una elaborazione di una possibile alternativa (basti pensare alla parole di Rem Koolhaas). La crisi della città parte dal fatto che non dobbiamo farci ammaliare dagli strascichi di pensieri alla Derida: secondo cui non possiamo essere Tutto,  alla Baudrillard: per il quale non siamo Reali,  o farci imprigionare nel pressappochismo liquido di Bauman.
Se questa classe politica vuole, insieme a noi tutti, promuovere una reale ricrescita, una nuova era economica e socio-culturale, deve interpretare una nuova semantizzazione dell’ambiente e della città lasciando da parte i fantasmi di ordine o onnipotenza. 

I processi da agevolare sono quelli basati su forme economiche efficienti che si riconfigurino partendo da nuove e molteplici istanze di mercato in modo più complesso. Non è necessario inventarsi nuovi prodotti/servizi - siamo in un mercato saturo - ma offerte, che inseriscano nelle vecchie forme strutturali private e magari cooperativistiche, accoglienze sostenibili, in rete e architettate in una nuova veste. 
In fondo è la formula vincente di Steve Jobs quella cioè di far trovare in un solo apparecchio più servizi in contemporanea facendo funzionare tutto al meglio.  

Il problema delle aree da riqualificare e dell’edilizia si risolve spesso con interventi puntuali e  mirati ma soprattutto ripristinando in modo diverso. E’ tempo di cambiare l’approccio di base è il momento di “concretizzare” piuttosto che chiacchierare.
Possiamo ripartire ad esempio dal fenomeno della edilizia in legno, riconvertendo le maestranze verso un approccio più biosostenibile e compatibile, che incontri la domanda sempre più articolata e qualitativamente specifica. 

Alla luce della tavola rotonda sulle nuove frontiere del turismo esperenziale tenutasi di recente a Cefalù come però di tanti altri eventi del genere, non si legge un vero e proprio cambiamento di rotta.

Aleggia semmai imperante la logica di un  patrimonio da “sfruttare” a piene mani. 
Mentre negli Stati Uniti si impiega il denaro per creare cultura, nell’idea locale e tipicamente italiana si deve “bruciare la cultura” per creare denaro. 

Se il mio politico non lo capisse ( e qui il J’accuse è lampante) intendo indignarmi una volta per tutte per gli scempi che consentiamo nella nostra città. 
E’ inaccettabile, per l’agire politico, pensare  di non risolvere la problematica dell’aggressione perpetrata dagli “interessi privati” a quanto costituisce lo spazio pubblico e il sistema monumentale e territoriale tutto. 
Tu Signor Sindaco, tu Signor Assessore all’Urbanistica, Signor Assessore ai Beni Culturali siete chiamati in causa: pensate certamente - guardando in TV immagini disgustose - che sia uno scempio fare arrivare le Grandi Navi dentro la laguna di Venezia, ma cosa pensate di fare avallando le scorribande dei taxi attraverso le adiacenze storiche del Duomo? Quello stesso monumento che volete elevare a Bene da proteggere come Patrimonio dell’umanità?
Che umanità volete trasmettere alle generazioni future lasciando sostare le grigie scatole di souvenir di giorno in piazza e la notte dentro il complesso monumentale?
Dobbiamo sostenere i piccoli commercianti? No scusate. Oggi il turista non compra perché nel bagaglio low cost ci sta una maglietta e un jeans. Il commerciante di souvenir forse deve pensare a ricollocarsi nel mercato in modo diverso, vendendo materiale  di qualità con guadagni ben più remunerativi e non chincaglieria cinese. 
Oggi così facendo consentiamo un accattonaggio 2.0. 
State mercificando il patrimonio storico così come il patrimonio ecclesiastico fu saccheggiato e quasi vilipeso con un marketing dozzinale da un noto marchio di moda a uso e consumo di vestitini pacchiani e maglieria intima.
“Siamo certi di sapere chi valorizza cosa? Sono davvero questi privati a valorizzare il il Patrimonio? O non è il Patrimonio che valorizza i loro bilanci?” Se fosse valida la prima ipotesi dovrebbero omaggiare gratuitamente delle t-shirt con la scritta I Love Monreale e avremmo un ipotetico riscontro per la città. Invece è la scritta che consente al mercante di realizzare guadagni, perché il brand è “Monreale”.
Tomaso Montanari infatti sostiene la necessità di “parametrare le sedicenti verità sui privati con la misura della Costituzione (di certo una grammatica nota al mio Sindaco) perché l’Art. 9 ha spaccato in due la Storia dell’Arte. La Repubblica tutela il Patrimonio per promuovere lo sviluppo della Cultura… e questo serve al pieno sviluppo della persona umana e alla realizzazione di una uguaglianza sostanziale (Art. 3)”.
Mi aspetto confronti seri e e serrati su queste tematiche e non beghe sugli aspiranti nuovi assessori che sgambettano e “inciuciano” per accaparrarsi spazi di notorietà sulla ribalta politica di una povera città. 
Io non ho assolutamente nulla contro i piccoli commercianti legati a questo povero turismo (tanto non cambierà nulla tranquilli) è una questione di merito sulle logiche perdenti attivate intorno al sistema dei valori comuni. 
Voglio sentire la pulsione della linfa del cambiamento tanto sbandierata durante le fasi della campagna elettorale e sempre troppo presto accantonata. 
Le piccolezze umane mi interessano poco, perché registro invece mediocrità culturale, incapacità a mettere su tavoli di lavoro per la ricerca di soluzioni in modo moderno e aziendale. 

Non c’è intraprendenza amministrativa anche perché troppo inibita da pulsioni di apparati centripeti piegati a risolvere beghe interne causate da vetuste lotte intestinali sconcertanti. 

domenica 24 maggio 2015

Un piano urbano di crescita territoriale



Molti dei problemi legati al rilancio del sistema economico e su cui ci si interroga da lungo tempo partono certamente dalla conduzione politica basata su precise, corrette istanze di carattere analitico. Se alla base non vi è la capacità di saper interpretare da una parte le sistemiche dei fenomeni turistici e dall’altra quella delle risorse disponibili non potremo tracciare la strada per lo sviluppo socio economico del territorio a breve termine.
Su queste tematiche mi confronto in un dialogo avuto con il Prof. Maurizio Carta.
Urbanista docente della Università degli Studi di Palermo, dal 2009 al 2011 lo ricordiamo in veste di  assessore al Piano strategico e al centro storico del Comune di Palermo promuovendo la riqualificazione delle eccellenze culturali della città per l'inserimento nella lista del Patrimonio dell’umanità dell’Unesco.
Dalla situazione di questa candidatura siamo partiti e subito mi precisa che “i tre poli culturali ammessi al vaglio Unesco hanno passato la prima selezione stabilendo, esclusivamente secondo un punto di vista tecnico/formale, la presenza dei requisiti per l’ammissione, ma questa non è immediata o dovuta,  difatti vi sono innumerevoli siti di prestigio in tutta Italia che da un decennio attendono di entrare a far parte della World Heritage List.
L’ingresso in tale Lista poi non porterà alcun apporto economico poiché esiste un Unesco Found ma è ridotto ormai ad un contenitore vuoto e costringe chi ne fa parte a trovarsi comunque dei fondi”. 
Quindi cari lettori, prepariamoci a una attesa di medio lungo termine e non illudiamoci che domani ci si fregierà dell’imprimatur Unesco. 

Ho chiesto al Professore Carta attraverso quali azioni e attori si potesse dare luogo al ridisegno di un Piano Regolatore in grado di ridefinire nuove logiche e che tipo di città ne possa tornare disegnata, tutto ciò per capire quali soggetti hanno la capacità di incentivare il rilancio del Comune, compatibilmente con la connotazione del territorio e le sue vocazioni.
La risposta è stata che: siamo di fronte a una importante realtà da analizzare, interpretare e ricollocare nel suo contesto Metropolitano. Oggi la distanza tra la città e la campagna è andata riducendosi. Potenti infrastrutture, nuove tecnologie e nuovi paradigmi culturali hanno prodotto una realtà rur-urbana. Una nuova ruralità immersa nella densità della presenza urbana. Abbiamo dunque un’opportunità unica per sperimentare un approccio sistemico e nuovo, a patto che ci si muova verso l’utilizzo di energie rinnovabili, di biomasse, verso la corretta politica del riciclo.

La città, come gli edifici  nella piccola scala, deve pensarsi come un organismo metabolico in cui i flussi di fabbisogno non devono essere intaccati dal ciclo dei flussi generati in fase emissiva (rifiuti, inquinamento…) 
Il territorio inteso come Sistema Sostenibile deve essere pensato e rivalorizzato adottando risposte al cambiamento sociale in atto e attivando nuove forme di governance.

Carta suggerisce poi di guardare al patrimonio delle forme cooperativistiche che a livello di PMI hanno costituito molta parte dell’economia Italiana e che da sempre sono state prese a modello anche per la capacità di generare intrinsecamente forme di welfare sociale.

“In un sito seriale e tripolare il rischio è che il visitatore veda magari Palermo e non continui il suo viaggio attraverso le altre città di Cefalù e Monreale, sarà dunque un Piano di Gestione Operativo a fare in modo che si capisca la necessità di arrivare a comprendere le loro identità.
L’ipotetico turista potrebbe decidere di muoversi liberamente sul territorio preferendo di risiedere a Monreale avvantaggiandosi della sua posizione e delle strutture presenti potendo affacciarsi però alla più complessa offerta culturale garantita dalla città di Palermo, è per questo che appare fondamentale la necessità di avvalersi di un programma che scelga di tracciare nuove dorsali stradali, che ampli l’offerta del trasporto pubblico attraverso la dotazione di un asse tranviario anche a Monreale.
Perché non puntare allora verso una ospitalità green oriented? Una rete di siti per l’ospitalità gestiti da coop di giovani (composti da soggetti provenienti dall’intero continente sul modello di quanto pensato a Matera) che riqualifichino in modo bio compatibile e sostenibile strutture non più produttive e che introducano un lavoro secondo nuovi schemi socio culturali?”

Mi permetto di tracciare la sintesi dell’incontro  con Maurizio Carta per suggerire in modo concreto agli amministratori un possibile percorso di crescita e di investimento. 
E’ sin troppo chiaro che la posizione di colui che scrive è comoda, ma penso possa essere realmente intelligente quando la riflessione diventa proposizione, dibattito e non sterile scontro. 

Emerge chiara la necessità di pensare alla nuova economia per la sopravvivenza attraverso azioni di: riqualificazione del costruito e dei siti ambientali; mediante il ridisegno delle connessioni tra i poli metropolitani e le principali infrastrutture (porti, stazioni, aeroporti) e nella scala interna tra le varie parti organiche del territorio; attraverso la riqualificazione rurale, rivalutando le colture, le singolarità biotiche, il sistema dei corsi di acqua, di masserie inserendoli in un contesto di funzionalizzazione con strutture di percorsi per il tempo libero e il lavoro. 
Sono tutte azioni che dovrebbero trasparire dalle piccole scelte quotidiane fatte e tracciate dalla Amministrazione ma soprattutto anche dalle scelte in sede di Consiglio Comunale e la mancata  adesione al Piano JESSICA (Joint European Support for Sustainable Investment in City Areas - Sostegno europeo congiunto per investimenti sostenibili nelle aree urbane) mi lascia perplesso e sconcertato, perché la lungimiranza per garantire la crescita di una città si valuta senza dubbio dalla capacità di captare questi agognati contributi europei che invece ci passano davanti come treni troppo veloci. 

domenica 17 maggio 2015

Monreale vista da un iPhone


Mi sono cimentato in un gioco  che mi ha portato a riflettere su cosa possa essere oggi la capacità di attraversare una città e di interpretare ciò che essa rappresenta e ci comunica con i suoi segni del tempo, le sue rughe, con il nuovo e in secondo luogo a come essa possa rivelarsi ai nostri occhi.
Tutto sembra apparentemente incorporarsi e amalgamarsi, ma è solo una sovrapposizione o un eccessiva superfetazione e ogni pianificazione urbanistica e sociale sembra una utopia.

Spulciando su instagram con l’hashtag #Monreale ciò che emerge è l’occhio di un potenziale turista capace di emozionarsi solo dinanzi ai principali siti architettonici e a quanto di immediatamente circostante ad essi. Ma non cambia molto anche per chi è del luogo…

Il quesito che mi sono posto è dunque relativo all’approccio mentale che abbiamo rispetto la nostra città e alla sua percezione, qual è il punto di vista che cattura la vista e l’occhio? Come questo influenza i nostri percorsi mentali e poi fisici nell’attraversare vie e nello stringere relazioni?

Uno dei primi abitanti del villaggio di Mons Regalis ovviamente avrà potuto godere del connubio con una natura che avrà dovuto “spostare” quasi a forza per penetrarla e affermare lo spazio antropico, inoltre per svariati secoli la dimensione sarà stata connotata dalla lentezza.
La lentezza è oggi una rarità di inestimabile valore di cui si può godere in pochi eletti luoghi (uno tra questi è Venezia) ed insieme alla costanza dà la misura dell’amore verso le cose. 

Ieri il viaggiatore e il cittadino nel percorrere la città di Monreale potevano sentire la presenza di una forte regalità temporale e religiosa affermate dal simulacro della Chiesa conclamata nella emergenza di un complesso di architetture costellate da puntuali tessuti urbani a corollario.
Le immagini che ci raccontano questa visione (Laminae) sono ormai parte del nostro corredo iconografico in molti di noi sedimentato e stratificato nel personale immaginario.

Cosa vedono oggi i miei scatti fotografici fatti con un semplice smartphone? Vedo saccheggio, scempio, vedo i taxi posteggiati sotto un “Arco degli Angeli”  (immagine di un lassismo politico connivente e accomodante), faccio la foto a delle baracche grigie e grosse come bubboni con le ruote  trascinate nell’antivilla comunale per manifesta incapacità a uscire dagli schemi e inventare una soluzione o applicare un principio unico per tutti. 
Fotografo ancora scalinate di marmo sbeccate forse da “turisti affamati di billiemi" che negli anni hanno portato venditori abusivi come se fossero i loro stessi parassiti.
Ho fatto uno scatto a chi posteggia la notte in via Arcivescovado dinanzi al proprio esercizio commerciale per controllare la sua auto senza antifurto, 
Mi meraviglio nel vedere auto in sosta selvaggia e selvaggi dentro le auto desiderosi di posteggiare in piazza e passare dal sedile alla sedia di un’apericena.
Mi finisce peggio quando poi inviano sul mio profilo twitter documenti di un dopofesta con “ricordini” corporali dinanzi le porte altrui evidentemente ripensate e risemantizzate a vespasiano.

L’aspetto urbano è poi specchio progressivo del costume, Cicerone nelle Verrine gridava “O tempora, O mores….” io non trovo alcuna qualità architettonica, nessun premio alla contestualizzazione, nessuna ricerca verso l’inserimento contestualizzato e ragionato, palese frutto di una barbarie imperante e armonizzata nel tempo. 
Una città fin troppo spontanea, perché in tempi di recessione, prima culturali e poi economici fa sempre più appello all’informale come soluzione ai mali di una evidente inosservanza di regole e pianificazione. 
E laddove ci sono chiare regole, troviamo sempre qualcuno pronto a spostare i paletti della norma per soddisfare i bisogni del singolo.

E’ urbanistica e poi politica questa molteplicità fatta  da singoli attori nel territorio e da burocrati decisori?, ma dopo quasi cinquanta anni cosa mai ci ha lasciato Astengo? Quali immagini lascerò ai posteri quando abbandonerò il mio iPhone?

domenica 10 maggio 2015

Se a Favara ci insegnano a sognare sotto la Luna





E’ il caso di dire che strane simmetrie risuonano nella mia mente. Soprattutto quando trovi quasi per caso un artigiano dedito a lavorare alla “cosa architettonica” con l’insistenza e la costanza di un sapiente musicista.
Un uomo desideroso di arrivare alla sua migliore esecuzione, di raggiungere la perfezione del ritmo, di suonare la sua stessa vita ed essenza e per fare ciò si spende in modo unico. 
Questo tipo di suono è il Sound che vi volevo descrivere, fatto di innumerevoli click di mouse ripetuti all’infinito e che alla fine costituiscono l’armonia di forme architettoniche singolari e contemporanee. 
Nel fare tale accostamento penso a famosi batteristi che giorno per giorno tracciano come Buddy Rich o Billy Cobham la filosofia del ritmo jazz.
Ho capito che in Sicilia si disegnano nuove rotte culturali, una nuova energia si avverte sulla base di fatti concreti trasformanti la realtà urbana e in riqualificazioni modulate su varia scala.
Le strategie messe in atto da privati, oggi divenuti veri e propri imprenditori di arte e cultura, si tramutano in una consapevole volontà politica di spostare il baricentro isolano attraendo energie culturale in un moto centripeto e mutando le rotte del pubblico d’arte. 
Favara come Berlino? 
Ho incontrato Lillo Giglia, un “architetto jazz” , l’ho visto padroneggiare la materia, nella doviziosa ricerca della corretta sintesi architettonica. Lillo propone, a Favara, un progetto incastonato nella Poetica di un Percorso costituito da una teoria di fatti architettonici densi di significati e figli del suo essere poliedrico. 
Le immagini a corredo di questo articolo raccontano la riqualificazione di un  tessuto urbano  sgranato dalla vetustà e dall’abbandono partendo dalla esperienza dilagante, esplosiva, coinvolgente del Farm Cultural Park. 
Qui Vicolo Luna dal nome evocatore di ispirazioni desideri e sogni per antonomasia ha insito il potere di volare verso un futuro fatto di ben alte mete con una denominazione che tra l’altro sembra un brand ricercato e più che mai contestualizzato…
Entrambe le esperienze sono una rassegna di forme che si sposano con la storia dei luoghi in modo organico, ricollocando nel tessuto urbano elementi in grado di tramandare il vissuto e conducono in un linguaggio di straniamento nuove matrici semiotiche e simbologiche.
Vuoti e pieni come nuovo e vecchio riemergono e giocano volutamente nel contesto, affondando nel dialogo di ridefinizione fisico-compositiva. 
Vecchie case dirute diventano centri di moderna aggregazione, centri polivalenti multifunzionali e capaci di attrarre eventi, risorse, investimenti, energie in un contesto pensate con gli occhi di un architetto visionario e appassionato.
C’è un “plus” in ogni spazio, in ogni dettaglio, laddove Lillo Giglia propone nuove suggestioni risemantizzando gli stilemi linguistici di una cultura metropolitana, in un obsoleto contesto storico, proiettando così l’intera città di Favara verso un’era (digitale, contemporanea, europea, del web) che più gli è consona nel linguaggio e nell’idea progettuale. 
Attraversando le sue nuove architetture (ancora in divenire) mi è parso di percepire una ricerca trasversale,  colta, connotata dal segno minimale trovato ora nella neutralità degli spazi grigi o nella scelta di grossi elementi in marmo monolitici e primordiali. 
Non c’è un uso sfrenato del razionalismo di ultima generazione, quanto lo sforzo artigianale di dialogare con la materia primigenia dove si tralascia la forma vetusta. 
Ho toccato con mano una cornice idonea ad aprire e a mostrare la vena spirituale in grado favorire processi urbani e regionali atti a coinvolgere i sensi, l’arte e la vita. 
Antropizzare diversamente, dialogare con la storia e le preesistenze, coinvolgere il contesto sociale per attivare strategie economiche di scala partendo dall’intrinseco patrimonio di precipua vocazione territoriale. 
Non lo dirò a parole, ma il confronto con i miei/vostri esperti, politici e imprenditori locali non esiste data la incapacità a pensare fuori dagli schemi. 

E’ sempre vero che Crisi è sinonimo di opportunità, scelta, discernimento e che gli ostacoli possono rimodularsi in opportunità e mi auspico pertanto che anche il nostro territorio monrealese un giorno possa avere il dono di essere ri-formato partendo da un sogno come fu nel medioevo con Guglielmo II.


 



Stato di Fatto e Render su Vicolo Luna

Fasi di sgombero macerie dal cortile interno
Stato di Fatto e Render del Cortile interno




Render Corte Interna