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sabato 1 ottobre 2016

Quale PD a Monreale? Un gruppo tutto da comprendere.




Penso sia il momento di innescare alcune riflessioni sulle vicende che hanno sino ad oggi travagliato il primo partito al governo della città di Monreale. 
Noi tutti sappiamo che oggi una scissione si è realizzata anche attraverso un atto di forza del primo cittadino che ha indotto il segretario del PD a fare delle scelte ovvero a decidere non facendole (questa lettura dipenderà dai punti di vista soggettivi) 
Non voglio cercare di schierarmi, ma cerco solo, oggettivizzando al meglio, di sviluppare una tesi utile a  comprendere quali fenomeni ci siano in atto e chi stia coerentemente cercando la strada del bene comune.

Ricordo un PD il cui proposito era di riunire il meglio delle esperienze storiche di matrice socialista con quelle del riformismo laico e in cui per la prima volta la scelta e l’impegno, in forme collettive, hanno liberato uomini e donne della tradizione cattolico-democratica e cristiano-sociale dalle riserve e dai condizionamenti del passato, consentendo loro di agire in un ambito politico insieme a quanti vengono da culture diverse. 
Questa sinistra, in questa città, è diventata forte allorquando ha smesso di essere solamente maschile, quando ha esaltato le soggettività  e ha cercato di esprimere un disegno propulsivo volto a creare un nuovo patto di cittadinanza sociale. 

In questi giorni mi sarei aspettato una maggiore forza da parte degli apparati provinciali e regionali per respingere l’offensiva di un pensiero povero, pseudo liberista che pretende di abbandonare il partito alla deriva dei rapporti di forza (e questo assunto non vale solo per una delle possibili fazioni, ma per entrambi). 

Prendo spunto dalle riflessioni di Alberto Asor Rosa (critico letterario, scrittore, politico e docente universitario n.d.r.) per parafrasare un suo pensiero e calarlo nel nostro contesto sociale: la deregulation (nell’agire politico) il “laissez faire” lo scatenamento delle forze è un costume cui maggiormente la Destra opta “naturaliter”. La Sinistra è invece il “governo del conflitto” di una società altamente conflittuale e non organica. 

Negli ultimi anni, aldilà delle trasformazioni a carattere nazionale, la natura intrinseca e l’offerta politica hanno scarsamente disegnato il profilo politico strategico di questa formazione politica che ha spesso adagiato le proprie sorti a quelle del sindacato confondendo funzioni e ruoli e nella ricerca di imitare modelli di attrazione più che di partecipazione. 

Perché allora una lista civica e un primo cittadino creano così scompiglio? 
Mi viene da pensare che il ruolo guida del partito sia venuto meno in quanto le prerogative e le istanze interne non siano mai state tali da imporsi nello sviluppo programmatico della giunta, presi dal gioco delle parti, sotto la spada di Damocle delle emergenze e per l’assenza evidente di un tavolo tecnico di riflessione meramente politica. 

Sono convinto che nell’azione di governo debba restare la “vis”  tipica dell’opposizione per sforzarsi di ragionare a distanza e con spirito critico. 
L’area di  sinistra e il PD avrebbero dovuto farci percepire la città come il luogo di nuovi spazi strutturati di incontro e scambio culturale, fattore propulsivo di un grande disegno volto a modernizzare la città nelle funzioni e nella interazione sociale. 

Di questo sistema esistono le basi (già solidissime) nella ricchissima gamma delle esperienze del volontariato, dell’associazionismo, della cooperazione sociale che potrebbero innescare politiche economiche efficaci all’interno di un vero e proprio mercato sociale in grado di generare servizi, occupazione, promozione di responsabilità e forme di autogoverno. 
Questo partito avrebbe dovuto indicare all’amministrazione il quadro degli interventi necessari per creare nuova occupazione e sviluppo, ad esempio, attraverso l’adeguata valorizzazione dell’impresa locale. 
Poiché oggi il modo migliore di fare sviluppo è riuscire a mantenere le soglie di occupazione. Penso a progetti di salvaguardia ambientale, di recupero del patrimonio storico-architettonico, di risanamento territoriale.

Resta il fatto che invece abbiamo due fazioni che dicono simultaneamente di avere titolarità a gestire il simbolo e il nome del partito e di seguito a prendere decisioni con il primo cittadino. 
Questa è una situazione imbarazzante e al tempo squallida, che getta ombre sugli attori del Partito Democratico e offusca la credibilità agli occhi dell’intera cittadinanza. 

Auspico intervento della Dirigenza perchè riesca a fare chiarezza sui ruoli e in merito alle specifiche appartenenze, tali da non essere più dettate dal possesso di una tessera, ma dall’agire politico e dal senso di responsabilità verso gli elettori che hanno sposato un progetto e espresso un atto di fiducia.


Uno dei banchi di prova sarà il prossimo Consiglio Comunale e giusto di fronte a questioni importanti e sostanziali come l’approvazione del Bilancio testeremo il grado di coerenza politica e sociale dei singoli soggetti politici.

lunedì 2 novembre 2015

Innamorarsi di una città in cui vivere

Sul finire di ottobre il Sole 24 Ore titolava “Cultura, si torna a investire” io stesso ho sempre criticato, in questo spazio, un determinato tipo di scelte in grado di  svilire il patrimonio culturale e architettonico attribuendo alla cultura una funzione quasi miracolistica abbinata a una visione petrolifera secondo cui il patrimonio culturale generi una ricchezza. 
Ne faccio una questione di politica didattica e non di tipo governativo, quindi sin da ora esplicito la mia indifferenza nei confronti delle singole persone che non voglio attaccare, ma sono interessato all’agire amministrativo per la crescita della società.


Pier Luigi Sacco scrive che alle volte sembra poter “individuare una formula magica che renda questo possibile cioè: un modello di valorizzazione capace di generare ingenti profitti dallo sfruttamento turistico-commerciale del patrimonio”.
I manager monrealesi hanno allora usato questo metodo lavorativo per produrre plusvalenze economiche o i numeri di ricadute e vantaggi sono solo quelli citati da esperti che elaborano asettici piani di gestione economica?
Quale immagine ha prodotto questa amministrazione dal punto di vista culturale e turistico? Pochi eventi (SS. Crocifisso, Settimana di Musica Sacra, Festival Organistico di San Martino)  lanciano la città sulla ribalta regionale, per il resto il nulla cala su questa cittadina dormitorio abbandonata. 

 


Pare, pertanto, che non si  riesca a coordinare validamente le energie degli operatori locali per portare profitto in seguito alle manifestazioni organizzate e che richiedono un investimento sul fronte turistico non esclusivamente in senso economico.
Ad oggi possiamo ben dire che non si rintracci una linea guida e alla luce delle inverosimili occasioni mancate non ritengo ce ne sia una.
Se dobbiamo “fare parlare i fatti” allora - per esempio - noto con disappunto l’assenza del logo della città di Monreale  a indicare il patrocinio della Borsa del Turismo delle Religioni di cui tanto si sta parlando in questi giorni. 
Cosa significa tangibilmente per le amministrazioni passate e presenti - oltre i proclami di buoni intenti - fare cultura e soprattutto generare economia? 

Smettiamola allora di atteggiarci a città della Cultura e di fregiarci del titolo di città del Mosaico, sono due cose che non siamo in grado di mettere a sistema e di valorizzare.
Riprova ne sia qualora si faccia visita ai laboratori  degli artigiani che contano unicamente sulle loro forze per emergere e farsi spazio nella vita reale del mercato e soprattutto per quanto poco si produca all’interno dell’Istituto Statale di Arte per il Mosaico slegato sempre più da un contesto pittorico musivo che si delinei con eventi e interazioni sul territorio. 
Se avessimo un conservatorio sarebbe normale pensare di sfornare talenti artistici che diffondano la cultura musicale e che si affermino nel panorama artistico. 
Di contro noi quanti giovani mosaicisti validi abbiamo prodotto? Quanto dibattito si realizza intorno questa tecnica, ma soprattutto quanto arriva alla gente fuori le mura della cittadina normanna? 
Da decenni non abbiamo un cinema, un teatro… che significa tutto questo per voi? I
o lo chiamerei semplicemente degrado, incuria, negligenza e se non ne sentite il bisogno è ancora peggio. 
Ravvedo l’incedere di una cultura barbarica come quella abbondantemente tratteggiata da Alessandro Baricco in un suo saggio: al calo di qualità si sopperisce con le quantità, si sbaglia quando si cerca di soddisfare bisogni e non li si crea. 
Chi dovrebbe intervenire per arginare queste criticità? A mio avviso oltre alle Scuole anche i politici dovrebbero ipotizzare strade da percorrere con azioni concrete che pongano le basi per un rinnovamento in grado di  stimolare imprenditorialità e creatività. Non voglio essere solo polemico, ma non voglio nemmeno fornire le mie personali soluzioni per non offendere l’intelligenza di chi ha trovato ampio consenso di voti. 



Ancora oggi l’associazione Turismo Monreale si pone il problema di un turismo mordi e fuggi. Ritengo invece che siamo mortificati dalla incapacità di  pensare, generare, strutturare dei circuiti culturali, di intrattenimento, di relazione, di emozione, di pellegrinaggio, di attrattività in senso lato capaci di  trasformare l’offerta stessa e attrarre con proposte appetibili “altro tipo di viaggiatori” non legati al bus e al circuito delle crociere. 
Faccio del Turismo una questione nodale perché ovviamente essa è legata profondamente alla economia attuale e futura che si può delineare a breve e medio termine 

Qui abbiamo seri problemi, anche e solo, nell’approccio lessicale e concettuale, nella filosofia e impostazione del “problem solving”. Vogliamo un turista diverso? è ovvio che bisogna profilare una offerta diversa e ad alto valore aggiunto però sino ad ora ben poco di tutto questo viene fuori.
Ci voleva la Arcidiocesi di Monreale per capire che una delle strade di rilancio sia quella del turismo religioso (Lourdes, Assisi Medjugorie… docet).

La sensazione è che ci siano persone  per nulla innamorate della propria città. Esse si profilano con una visione provinciale, mediocre, fatta di beghe, ricattucci, ripicche, faziosità che uccidono la città e il suo popolo (quello stesso che poi versa 1400 euro pro capite per foraggiare le loro poltrone). Non vorrei pensare come Hobbes secondo cui la condizione dell'uomo é una condizione di guerra di ciascuno contro ogni altro. Loro si linciano, surfano sulla cultura, senza mai scendere in profondità dove c’è fatica e lavoro. 

La loro immagine viene propagandata ostinatamente da produzioni video caricaturali e degne della repubblica delle banane e pare di ritrovarvi il gusto piacione della notorietà tout-court. 
Ma non trovo nemmeno la capacità di adottare degli slogan felici per rappresentarsi.  Si va avanti per emergenze e che ben venga a questo punto un privato nel gestire il Complesso Guglielmo così lasceremo spazio a criteri valutativi numerici imparziali e fallimenti o successi saranno unicamente imputabili ad altri. 
Non penso sia nemmeno una questione riconducibile a una maggioranza opposta alla avversa fazione politica, quanto invece una istanza intrinseca di “comune ricerca del profitto” per innalzare la qualità di vita del cittadino. Ovvia mi appare la necessità del confronto, del dibattito e del rapporto democratico, ma potrebbe darsi che voci minoritarie alle volte riescano ad esprimere il buon senso del pater familias e abbiano la solidità dell’esperienza che non trova il potere prevaricatore del numero.




Studiare, cercare, applicarsi  è la ricetta: ma è dolorosa e il barbaro la rifugge e se peraltro non hai le basi culturali adeguate, il decidere in velocità porta ad errori e ad imprecisioni. Superficie al posto di Profondità (dice Baricco) cercare dal verbo greco “Kirkos” rimanda all’idea di cerchio, un itinerario in rotazione tipico di chi perde qualcosa e con tanta pazienza lo vuole ritrovare, ma Monreale è destinata a navigare sull’onda altrui. 

domenica 7 giugno 2015

Dammi un motivo per dire che sbaglio

La mercificazione del patrimonio culturale


La trasformabilità delle aree urbane è sotto gli occhi di tutti, negli ultimi anni di questa lunga pesante crisi, molti assetti sono cambiati in modo macroscopico, e nuove spinte si fanno spazio. Le desiderabilità sociali e le praticabilità ambientali sono frutto di vere e proprie spinte che hanno alla base riflessioni sullo sviluppo sostenibile maturate ormai livello mondiale 

Durante l’intervista della scorsa settimana con il Prof. Maurizio Carta  abbiamo concentrato la nostra attenzione su come agire, mediante una lettura serena, sui processi di riqualificazione del turismo come una delle principali leve della ricrescita e riqualificazione del nostro vasto territorio.

Alle volte pare difficile abbandonare una posizione di potere per uno stato inferiore di umiltà relativa. L’incapacità di guardare ad un fenomeno territoriale più ampio non conduce verso una elaborazione di una possibile alternativa (basti pensare alla parole di Rem Koolhaas). La crisi della città parte dal fatto che non dobbiamo farci ammaliare dagli strascichi di pensieri alla Derida: secondo cui non possiamo essere Tutto,  alla Baudrillard: per il quale non siamo Reali,  o farci imprigionare nel pressappochismo liquido di Bauman.
Se questa classe politica vuole, insieme a noi tutti, promuovere una reale ricrescita, una nuova era economica e socio-culturale, deve interpretare una nuova semantizzazione dell’ambiente e della città lasciando da parte i fantasmi di ordine o onnipotenza. 

I processi da agevolare sono quelli basati su forme economiche efficienti che si riconfigurino partendo da nuove e molteplici istanze di mercato in modo più complesso. Non è necessario inventarsi nuovi prodotti/servizi - siamo in un mercato saturo - ma offerte, che inseriscano nelle vecchie forme strutturali private e magari cooperativistiche, accoglienze sostenibili, in rete e architettate in una nuova veste. 
In fondo è la formula vincente di Steve Jobs quella cioè di far trovare in un solo apparecchio più servizi in contemporanea facendo funzionare tutto al meglio.  

Il problema delle aree da riqualificare e dell’edilizia si risolve spesso con interventi puntuali e  mirati ma soprattutto ripristinando in modo diverso. E’ tempo di cambiare l’approccio di base è il momento di “concretizzare” piuttosto che chiacchierare.
Possiamo ripartire ad esempio dal fenomeno della edilizia in legno, riconvertendo le maestranze verso un approccio più biosostenibile e compatibile, che incontri la domanda sempre più articolata e qualitativamente specifica. 

Alla luce della tavola rotonda sulle nuove frontiere del turismo esperenziale tenutasi di recente a Cefalù come però di tanti altri eventi del genere, non si legge un vero e proprio cambiamento di rotta.

Aleggia semmai imperante la logica di un  patrimonio da “sfruttare” a piene mani. 
Mentre negli Stati Uniti si impiega il denaro per creare cultura, nell’idea locale e tipicamente italiana si deve “bruciare la cultura” per creare denaro. 

Se il mio politico non lo capisse ( e qui il J’accuse è lampante) intendo indignarmi una volta per tutte per gli scempi che consentiamo nella nostra città. 
E’ inaccettabile, per l’agire politico, pensare  di non risolvere la problematica dell’aggressione perpetrata dagli “interessi privati” a quanto costituisce lo spazio pubblico e il sistema monumentale e territoriale tutto. 
Tu Signor Sindaco, tu Signor Assessore all’Urbanistica, Signor Assessore ai Beni Culturali siete chiamati in causa: pensate certamente - guardando in TV immagini disgustose - che sia uno scempio fare arrivare le Grandi Navi dentro la laguna di Venezia, ma cosa pensate di fare avallando le scorribande dei taxi attraverso le adiacenze storiche del Duomo? Quello stesso monumento che volete elevare a Bene da proteggere come Patrimonio dell’umanità?
Che umanità volete trasmettere alle generazioni future lasciando sostare le grigie scatole di souvenir di giorno in piazza e la notte dentro il complesso monumentale?
Dobbiamo sostenere i piccoli commercianti? No scusate. Oggi il turista non compra perché nel bagaglio low cost ci sta una maglietta e un jeans. Il commerciante di souvenir forse deve pensare a ricollocarsi nel mercato in modo diverso, vendendo materiale  di qualità con guadagni ben più remunerativi e non chincaglieria cinese. 
Oggi così facendo consentiamo un accattonaggio 2.0. 
State mercificando il patrimonio storico così come il patrimonio ecclesiastico fu saccheggiato e quasi vilipeso con un marketing dozzinale da un noto marchio di moda a uso e consumo di vestitini pacchiani e maglieria intima.
“Siamo certi di sapere chi valorizza cosa? Sono davvero questi privati a valorizzare il il Patrimonio? O non è il Patrimonio che valorizza i loro bilanci?” Se fosse valida la prima ipotesi dovrebbero omaggiare gratuitamente delle t-shirt con la scritta I Love Monreale e avremmo un ipotetico riscontro per la città. Invece è la scritta che consente al mercante di realizzare guadagni, perché il brand è “Monreale”.
Tomaso Montanari infatti sostiene la necessità di “parametrare le sedicenti verità sui privati con la misura della Costituzione (di certo una grammatica nota al mio Sindaco) perché l’Art. 9 ha spaccato in due la Storia dell’Arte. La Repubblica tutela il Patrimonio per promuovere lo sviluppo della Cultura… e questo serve al pieno sviluppo della persona umana e alla realizzazione di una uguaglianza sostanziale (Art. 3)”.
Mi aspetto confronti seri e e serrati su queste tematiche e non beghe sugli aspiranti nuovi assessori che sgambettano e “inciuciano” per accaparrarsi spazi di notorietà sulla ribalta politica di una povera città. 
Io non ho assolutamente nulla contro i piccoli commercianti legati a questo povero turismo (tanto non cambierà nulla tranquilli) è una questione di merito sulle logiche perdenti attivate intorno al sistema dei valori comuni. 
Voglio sentire la pulsione della linfa del cambiamento tanto sbandierata durante le fasi della campagna elettorale e sempre troppo presto accantonata. 
Le piccolezze umane mi interessano poco, perché registro invece mediocrità culturale, incapacità a mettere su tavoli di lavoro per la ricerca di soluzioni in modo moderno e aziendale. 

Non c’è intraprendenza amministrativa anche perché troppo inibita da pulsioni di apparati centripeti piegati a risolvere beghe interne causate da vetuste lotte intestinali sconcertanti. 

domenica 26 aprile 2015

La piazza di Aquino chiusa da muraglioni: così è naufragata l'idea di democrazia



Due sono gli concetti su cui vi indurrò a riflettere brevemente per dovere di sintesi.
Da una parte la concezione di Spazio pubblico e dall’altra la concezione di Piazza, ambedue gli aspetti ovviamente calati nella tematica urbana che dialoga indissolubilmente con la problematica della antropizzazione del paesaggio e con l’aspetto socio-antropologico dell’agire umano in tali contesti.

Percorro questo impervio sentiero per dibattere con voi del processo legato alla responsabilità di dover tramutare un vezzo di matita in un segno concreto sul territorio. 
Il progettista ha il carico di un Edipo che spesso - non riconoscendo la natura del suo essere - regna dal talamo della madre. Per dirla parafrasando Jung: cosa vale comprendere l’essenza stessa dell’uomo se manca la responsabilità della scelta personale percepibile nel segno a partire dal cogliersi nella capacità simbolica e distinguendo ciò che essa significa per ogni individuo?

Se ogni forma sociale è anche una forma spaziale (Ledrut 1984), le forme sociali sono spaziali e temporali. Nel cercare di spiegare le forme sociali si incontra, dunque, immediatamente il problema fondamentale delle relazioni tra forma
e senso: la forma riceve senso o dà senso? Non si può osservare la logica della forma senza comprendere che materia e forma sono reciprocamente legate, assumono significato l’una nell’altra.

Luogo che in assoluto pertanto riveste una qualità simbolica, funzionale, relazionale, di singolarità nell’alterità, mercantile, contrattuale e tanto altro  ancora è indubbiamente la Piazza. Essa ha dunque la capacità di tramutare sistematicamente la pluralità dei luoghi in un unico spazio. 
Tutto ciò per cercare di decostruire in realtà l’iter progettuale che ha portato alla realizzazione della cosiddetta piazza ricavata da uno spazio antistante la chiesa parrocchiale di Aquino.

Ogni cittadino che vive una piazza ha da sempre avuto la possibilità di sperimentare la propria fisicità pervadendo, attraversando e spostandosi in uno spazio all’interno del quale “agisce”
Le piazze parlano dell’uomo e all’uomo, in quanto moltitudine del suo essere intersoggettivo, del muoversi nella dimensione pubblica e dei vantaggi o svantaggi che ciò comporta. Il muoversi verso l’altro, legato al processo fisico dell’agire, dove per “agire” (ago - da cui agorà) è il momento fruttuoso della vita all’aperto.
Potrei forse pensare che in questa particolare formulazione progettuale si possa ravvisare il simbolo di una nuova socialità, articolata in una partizione multifunzionale che era prodromica del più contemporaneo vissuto antropologico. Avrei forse finito col dire che i luoghi del collettivo non esistono più, per via del generalizzarsi della precarietà, che rende i confini tra lavoro e vita quotidiana molto sfumati e singolarizza le esperienze, le rende feste occasionali.  
Nell’epoca postmoderna tutto è definito liquido e fluido, pure il pensiero, e perciò: viva i non- luoghi (Augé 1992). Siamo ancora in una fase di controcultura, di messa a morte della  piazza - come dell’arte - e in questa fase non c’è posto per le oasi, ma solo per i transiti, per i “fast mood”. Fino a quando? – sarebbe il caso di chiedersi. Eppure la tesi del “mordi e fuggi” è la più frequente, accettata e stabilizzata, quella che di solito prelude a una laudatio temporis acti. Nostalgia dei tempi in cui la piazza era un vero condensatore sociale, luogo abitato, di aggregazione vivace e chiassosa. 
Questo progetto realizzato ad Aquino ha però chiuso lo spazio, ha imbrigliato ogni potenzialità dei rapporti tra le parti architettoniche poiché le scelte derivanti dalle diverse quote altimetriche hanno penalizzato ogni possibile sviluppo. Potremmo dire che le emergenze, i vuoti, e i muraglioni secchi e aspri degli edifici circostanti sono stati cuciti da una semplificativa muraglia raccordatrice senza impegno concettuale, ma come frutto di uno sbrigativo segno. 
Nel nostro caso specifico questo “luogo negato” sembra piegato ad una concettualità dominata da un vetusto razionalismo revisionista figlio di una mano influenzata apparentemente da eredità alla Rossi o alla Portoghesi. 
Qui “la ragione arriva a vedere solo ciò che essa stessa produce secondo il suo progetto” o allo schizzo, al disegno,  che appunto soltanto per approssimazione corrisponde alla realtà. 
Il processo deriva da un unico atto, da quella che Baudrillard (1981, p. 10), chiama la “precessione del simulacro”, e che propriamente consiste nell’anteporre alla realtà l’immagine cartografica, il disegno topografico, e pretendere che la prima discenda dalla seconda, in base a quel che potrebbe chiamarsi – mutuando l’espressione dalla critica cervantina – “il principio di realtà sufficiente” (Torrente Ballester 1975; Castilla del Pino 2005, pp. 116-117)

Se si fosse lavorato alla luce di una  semiotica dello spazio sulle forme di localizzazione, d’orientamento e di distribuzione, d’inclusione e d’esclusione, d’intersezione e di sovrapposizione, queste avrebbero restituito una misura alla prossimità e alla distanza, all’ampiezza e alla densità dei fatti e dei gesti umani.
Di conseguenza la questione che si pone oggi è quella di comprendere come si distingue l’oggetto composto dall’oggetto giustapposto. Come l’uno si libera del multiplo? Come un oggetto si chiude su se stesso, per disfarsi dell’altro? Qual è la grammatica degli oggetti? Come fa un oggetto giustapposto a diventare componente di un altro? Queste questioni entrano a pieno titolo in una semiotica dello spazio. La mia opinione è che invece l’intero impianto planimetrico e volumetrico avrebbe dovuto  parlare “netto e chiaro”, col rigore dell’abaco, con la categoricità della partita doppia.

 Ai luoghi del collettivo urbano, agli spazi di incontro si chiede una maggiore qualità, un maggior livello di attrattività. La recente fortuna di concetti come l’urban vitality nel mondo anglosassone o l’urbanità di scuola francese mettono
in evidenza la necessità di costruire il progetto urbano partendo da un livello di densità delle città che favorisca la qualità sfatando la profezia wrightiana di suburbanizzazione.
Lo spazio pubblico dovrebbe essere legato al connettivo e alle porosità urbane: il progetto si doveva articolare partendo da chiari concetti di accessibilità – evoluzione del concetto di mobilità – e permeabilità – che si riferisce alla connessione tra un vuoto e l’altro anche attraverso reti più deboli.
In questo quadro il paesaggio non sarebbe divenuto puro sfondo della città compatta, né  tantomeno piano indifferenziato su cui poggiare architetture più o meno efficienti. 
La piazza è indiscutibilmente lo spazio della memoria sociale nei termini di una relazione contrattuale o conflittuale con l’altro, istituzionalizzazione ed interpretazione, in chiave politica delle funzioni di mercato.

Rendere tale relazione una risorsa - ecco il fine della piazza. Porre l’interazione a fondamento degli assetti urbani, rivitalizzarla, pensarla come piano del contenuto di planimetrie che possano favorirla, rafforzando la componente civica.
Anche nelle piazze d’Europa più recenti o sorte in periodi lontani dall’agorà e dal Foro - nel XII secolo con i Comuni ad esempio, è il caso dell’Italia - il tratto distintivo da difendere, o da creare ex novo, resta quello della democrazia.