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venerdì 21 agosto 2015

Quale Museo e quale gestione? Una opportunità o un affare di pochi?

Sono davvero curioso di sapere cosa accadrà negli anni futuri quando avremo il completo funzionamento di questo nuovo museo all’interno del Complesso Guglielmo.

Il Percorso espositivo con gli scrigni - Che cosa ci racconterà?


A mio avviso troppi progettisti si sono susseguiti e troppi interventi hanno sensibilmente manomesso la spazialità interna di questo “contenitore” piegandola alle nuove e più contemporanee funzionalità, in barba a tutti i canoni del Restauro. Sono certo che anche stavolta (alla luce dell’esiguo carteggio a disposizione) vedremo un prodotto che attirerà molti strali.

Il progetto funzionale del Complesso Museale di Monreale (PA)


Intanto mi domando se verranno utilizzate le enormi strutture impiantistiche abbandonate sotto l’Antivilla e delle quali nessuno conosce perfettamente il funzionamento. Rifletto sul posizionamento finale della Galleria Sciortino e della donazione Posabella, come sulla sua integrazione nell’intero circuito museale. Non per ultimo mi preoccupano le capacità gestionali della ipotetica società che curerà il bene monumentale. Sono più che certo che alla lunga inizieranno pesanti diatribe e recriminazioni sulla redditività del museo che non staccherà il giusto numero di biglietti per garantire personale e investimenti.



Ancora prima di arrivare a tale genere di problemi, occorre intervenire leggendo già gli attuali fenomeni in atto e svegliarsi nel comprendere la necessità di collegamenti a rete nell’offerta culturale globale, nella attrattività stessa che oggi la Galleria riesce a esprimere, nei collegamenti fisici tra Monreale e Palermo. 
A chi si chiede cosa bisogna fare quando non ci sono fondi si potrebbe rispondere con i fatti, ma c’è da dire che un politico non ama mai i tecnici e gli esperti, perché lavorano secondo la logica precipua e rigorosa del profitto culturale. Io mi metterei in gioco semplicemente mutuando il principio teorizzato e applicato in logiche industriali: Impegnarsi sul fronte della Qualità Totale. Un principio di certo estraneo ai miei amici assessori della cittadina normanna, amanti della presenza video di memoria wharoliana e che si sottopongono a produzioni “alla Frank Capra de noialtri”.

Assolutamente impensabile perché non trovo giustificazioni ad una strategia comunicativa paleolitica da “super8” adatta forse per un sottocanale di Youtube realizzato da tredicenni glabri. Di che parlo allora? E’ una filosofia che scardina la logica dei vetusti ordinamenti militari prussiani con decisioni a cascata. 

Razionalizzare, ancora per molti, equivale a disciplinare, gestire sembra sinonimo di sorvegliare. Le direttrici sarebbero autogenerate nel tentare di agevolare in primo luogo il flusso verso il “servizio” sia nel senso fisico, che per la curiosità dell’offerta culturale proposta (si spera improntata verso una rigenerazione della forma comunicativa).

L’ipotetico responsabile al tavolo di regia dovrebbe sforzarsi di capire la reale incidenza dei servizi offerti sull’ambiente circostante, sulla vita quotidiana della città, le relazioni che verrebbero generate e le percezioni che saremmo in grado di generare e in funzione di tutto ciò elaborare vere e proprie strategie “produttive” o di offerta. 
Componente fondamentale sarà quella umana, del personale all’interno della struttura, il quale dovrebbe pensare sempre in termini di sfida quotidiana a medio e lungo termine. 
Un po' come si fa dentro grandi aziende come Google, mai statiche, ma che elaborano in continuazione in uno scenario interno creativo e di febbricitante di novità. Ricercare prima e sviluppare poi le “competenze” (skills) del personale da occupare in una sede di lavoro di questo genere è importante. Operando soprattutto secondo una strettissima logica meritocratica e curricolare. 

L’approccio a una Qualità Totale avrebbe due aspetti fondamentali: da un lato il fronte della produttività, fornendo un servizio ritagliato sul target medio (opportunamente profilato) e dall’altro la capacità adeguata per essere in grado di offrire una esperienza emozionale di qualità.
Io ho le idee chiare, non sarebbe facile, ma almeno ho una precisa strada da seguire, certo che i risultati potrebbero essere tangibili efficaci e misurabili nelle fruttuose ricadute per l’intera cittadina.


Il precorso della narrazione museale


lunedì 3 agosto 2015

Dal terreno emergono i brani di un antico Convento

Nel corso del 2014, sulla scorta delle pregresse esperienze (nel 2008 e nel 2011 con le quali sono stati sostenuti 21 progetti, per un'erogazione complessiva di 8 milioni di euro)", la Fondazione per il Sud "ha pubblicato una terza edizione del Bando per la valorizzazione del patrimonio storico-artistico e culturale nelle regioni meridionali, con l'obiettivo di promuovere e valorizzare l'uso 'comune' dei beni culturali, e permetterne un'ampia fruibilita' da parte della collettività. Rispetto alle precedenti edizioni, la Fondazione ha deciso di adottare una procedura inedita, che svincola la proprietà dell'immobile con la progettualità che in esso sarà sviluppata, prevedendo due fasi distinte".
Si tratta di beni per l'80% di proprietà di Enti Pubblici (76% Comuni), un 10% appartiene ad Enti Ecclesiastici, il restante rientra nella categoria Ville e palazzi storici, seguono luoghi di culto, castelli e fortezze, beni archeologici, beni di archeologia industriale e spazi di altra natura. Dei 221 beni proposti la Fondazione ne ha selezionati quattordici.  Cinque di questi in Sicilia: Villa Manganelli a Zafferana Etnea (Catania), Chiesa della Madonna della Raccomandata a Sciacca (Agrigento), Castello di Federico II a Giuliana (Palermo), 
Padiglione 10 e Padiglione 20 dei Cantieri culturali alla Zisa di Palermo. Nel corso della II fase dell'iniziativa, "gli immobili selezionati hanno partecipato al bando vero e proprio, che si e’ chiuso il 14 luglio, rivolto alle no profit del territorio per identificare le migliori proposte di interventi socio-culturali, economicamente sostenibili e capaci di favorirne la piena fruizione da parte della collettività mettendo a disposizione 4 milioni di euro”.
Ovviamente la nostra città non ha partecipato in alcun modo poiché non abbiamo alcuna notizia in merito né tantomeno vi sono candidature, del resto basta andare sul seguente sito e vedere il dettaglio dell’iniziativa (http://ilbenetornacomune.it).
Non parleremo adesso però del Castello di Federico II a Giuliana, ma di un altro bene sottratto invece del tutto all’uso comune e per giunta alla Memoria. Gli esperti del settore sono costretti a ricordarci delle cose e quando qualche settimana fa il consigliere Manuela Quadrante mi mostrò alcune foto a sorpresa. Io le dissi immediatamente di cosa si trattasse. Inoltre le persone della mia generazione che hanno avuto anche la fortuna di conoscere il lascito e la persona del professore Schirò, hanno memoria dell’ex Convento dei frati Cappuccini.
Una nota del Siusa (Sistema informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche n.d.r.) riporta che “I Cappuccini furono chiamati a Monreale nel 1580 dal cardinale Ludovico I Torres e si distinsero, per la loro vigorosa attività di culto e assistenza agli ammalati ed ai bisognosi. Dal 1662 il convento diventa luogo di studio dell'Ordine, dotato anche di una Biblioteca. Inoltre, il Comune si serviva dei Cappuccini per distribuire le elemosine. Dopo la legge di soppressione delle corporazioni religiose (R.D. n. 3036/1866) il convento venne incamerato e destinato a carcere mandamentale. La chiesa rimase aperta al culto e la Biblioteca assegnata al Comune”.



Oggi questo brandello di Monastero è venuto alla luce per scongiurare il pericolo degli incendi estivi a ridosso dell’ex seminario che ospita il Liceo Basile. E se dobbiamo dirla tutta il convento venne demolito proprio per fare spazio a tale orribile bubbone verde. Vediamo oggi i resti abbandonati di una cappella con affreschi molto deteriorati e che era certamente scomparsa dalla memoria della popolazione.
Dovremmo quindi promuovere operazioni che colleghino la salvaguardia del territorio e delle sue emergenze favorendo al tempo  percorsi di coesione sociale per lo sviluppo. Mi chiedo se sia giusto instillare ogni volta sentimenti di indignazione per incitare “a fare”.
Mi sconvolge il fatto di non trovare il disegno di una politica di lungo termine che cogliendo i tanti spunti riesca a strutturare politiche di sviluppo autopoietiche. Esistono fondazioni che sostengono centinaia di progetti “esemplari”, coinvolgendo migliaia di associazioni, cooperative, scuole, università, fondazioni, istituti ed enti, pubblici e privati, cittadini, soprattutto giovani.
Basterebbe un po' di sana fatica per allargare lo sguardo e condividere anche altre buone pratiche avviate, nel sociale, tentando di provocare innovazione nei processi di comunicazione sociale. E occasioni per la salvaguardia e la connessione di beni culturali possono stimolare nuove e valide forme di impresa che ad oggi non partono e non sono incoraggiate. 
- See more at: http://www.monrealepress.it/mp-monreale-che-scoperta-dal-terreno-emerge-lantico-convento-del-1600-8458.asp#sthash.f47Av5G9.dpuf

mercoledì 29 luglio 2015

Il massimo ribasso e i grandi pericoli nei cantieri

Oggi vi racconterò una verità a molti scomoda e sgradita anche se sotto gli occhi di tutti.
L’assunto è basato sul fatto che l’ignoranza sia il peggiore dei mali, e ciò porta alla stoltezza comportamentale al danno, al pericolo sociale e alla irreversibilità delle azioni. 
Parlo di come sia percepito che il costruire appartenga ad una cultura  appannaggio e  dominio di tutti e pertanto alla portata di chiunque. 

Niente di più sbagliato e di più ingannevole. E’ lo stesso motivo per cui sorgono mille problemi con gli operai che (pur essendo bravissime persone) hanno problemi a definire contratti, a realizzare preventivi dettagliati e circoscritti, a sottoporre agli specialisti le criticità dei progetti su cui dovranno intervenire e a conoscere la molteplicità di materiali in commercio utili a risolvere le innumerevoli casistiche presenti nei cantieri.



Il cuore della questione è nella capacità di formarsi, sostenendo i costi di tale sforzo e nella fatica di doversi mettere in discussione ogni giorno. 
In questa sede scenderemo sulla scottante tematica della Sicurezza in Edilizia perché  in un tempo in cui la crisi economica sfianca la popolazione gli investimenti per garantire la vita stessa degli operatori del settore è avvertita come superflua e fastidiosa come una tassa da evadere a tutti i costi. 
La velocità del cambiamento del mercato, delle tecnologie e delle variabili intorno a noi richiede tempi di reazione estremamente contratti; l’innovazione comporta una revisione del ruolo dell’esperienza a risposta meccanica, che rischia di entrare in azione a prescindere dall’analisi di realtà qui e ora, portando con sé materiali arcaici che possono risultare da ostacolo, freno e resistenza al cambiamento necessario e rischiano di divenire pericolosi piuttosto che delle opportunità.
Quanto più infatti l’innovazione continua è diffusa e profondamente interiorizzata, tanto più un progetto di innovazione non sconvolge la routine e innovare è nella nostra accezione sinonimo di “attivazione di processi di sicurezza” e formazione sui materiali.

La formazione in merito alla sicurezza sul lavoro è da sempre elemento fondamentale nel lungo processo di avvicinamento alla consapevolezza ed alla capacità da parte del lavoratore di prendersi cura della propria salute sul luogo di lavoro.
Anche la normativa, a partire dalla Costituzione per arrivare al D.Lgs. n. 626 del 1994, ha individuato nella formazione uno degli obblighi fondamentali ribadendo questo concetto anche nel  D.Lgs. 81/08.
Ci appare chiaro che per essere realmente “efficace”, deve poter modificare le capacità sul campo, in modo da rendere il lavoratore consapevole dei necessari comportamenti che possano garantire una reale sicurezza sul luogo di lavoro.
Invece tutto ci parla del contrario, perché nessun condominio monterebbe una linea vita per assicurare il semplice antennista mentre posiziona un cavo sul tetto. 
Cosa significa “Formazione” se non Agire sul saper fare e dunque Incrementare in termini quantitativi e qualitativi le abilità richieste per svolgere una determinata attività. Addestrare le persone a non avere comportamenti rischiosi ed esporsi al pericolo. 

Io ricordo lo strazio per la perdita di uomini che cercavano di lavorare ripristinando dei balconi dall’esterno dei condomini e che si sono trovati schiantati a terra a causa di evidenti problemi (in via di accertamento) con i mezzi di elevazione in quota. 



Ma penso alla gente che scivola nei cantieri, a chi perde piano piano l’udito perché non gli saranno mai forniti dei banalissimi tappi auricolari, a chi respira fumi inquinanti e cancerogeni quando smonta a caldo le lastre di guaine bituminose tanto amate e presenti in tutte le case. 
Morti lente e decadimenti, accentuati da comportamenti per nulla sicuri.  
Le colpe sono certamente dei titolari di impresa, ma i corresponsabili sono i medici competenti che firmano, per piccole parcelle,  tanti pezzi carta, le colpe sono di coloro i quali preparano  Documenti di Valutazione del Rischio senza avere conoscenze specifiche e approfondite o che le hanno ma non se le fanno giustamente retribuire.


Sono colpe enormi di tanti soggetti messi insieme, comunque il primo grande assassino è colui il quale affida un lavoro e vuole solamente risparmiare pretendendo un lavoro fatto bene. 
E’ la logica del massimo ribasso che uccide la società e che spregiudicatamente fa vittime innocenti. 

venerdì 12 giugno 2015

Il Duomo Sfregiato e il problema degli interventi conservativi


Francesco Gandini  in “Viaggi in Italia”pubblicato già a Cremona nel 1835 ci narra parlando del Cattedrale di Monreale che “un accidentale incendio consumò agli 8 dicembre del 1811 una parte del Duomo  che a grandi spese è già stata rifatta; i travi caduti piombarono sopra i due sepolcri, uno in porfido rosso di Guglielmo I e l’altro in marmo di Guglielmo II;…”
Che diranno le Guide di domani? E che riporteranno in merito all’accaduto?
La furia dei fulmini si è abbattuta sulla lanterna della cupola absidale e ha divelto l’elemento sommitale che si è piombato sulla strada causando danni fortunatamente solo a cose.
Eppure questa volta non c’è stato l’intervento di un sindaco allertato dalla Protezione Civile o dai Prefetti allarmato da una probabile “Allerta Meteo”
Già dal basso si poteva apprezzare, a tempesta avvenuta, che il manto di copertura non era particolarmente danneggiato ma più che altro si tratta di un piccolo sfregio al volto del nostro Duomo.
La copertura della lanterna pertanto potrà essere ripristinata con un intervento semplice, non troppo oneroso, con modesta attenzione.
Inoltre lavorando secondo il principio della “anastilosi” alla  Giovannoni, si potrà ricostruire anche la sfera lapidea che svettava all’apice grazie al recupero delle parti ritrovate lungo la via arcivescovado e raccolte dalle maestranze della Fabbriceria.
Non c’è stato innesco e propagazione di fiamme come nel 1811, ma evidentemente le forti vibrazioni sonore (tuoni)  hanno innescato un processo di riverbero acustico all’interno del catino absidale generando il distacco di qualche tessera musiva.
Quest’ultimo episodio ovviamente non compromette l’integrità dell’insieme, ma potrebbe pregiudicare la solidità dell’intero rivestimento poiché per l’appunto si parla di “patto sodale” tra le piccole parti vetrose tenute sul muro da una vecchia malta peraltro spesso poco coerente e umidiccia.
Se non ricordo male era la fine degli anni ottanta quando si lavorava al mantenimento del tessuto musivo e sotto la gestione dell’Arcivescovo Cassisa arrivarono i fondi per il restauro delle travi lignee e per la disinfestazione delle colonie di termiti che operavano un attacco xilofago alle parti in legno.
Aspettiamo con ansia che l’occhio della Soprintendenza ai Beni Culturali volga a noi il suo benevolo sguardo e che, allarmata, si attivi per una concreta azione di analisi e manutenzione.
Non per ultimo, questo evento, dovrebbe fare oltremodo riflettere su un  Patrimonio  costituito da una serie di emergenze storiche molto trascurate e in vero stato di abbandono in quanto prive di manutenzione e di semplice cura.
Madonna dell'Orto - Monreale (PA)

Penso alla chiesa dell’Odigitria o  alla chiesa della Madona dell’Orto per citarne solo due, ma non vorrei nemmeno vedere restauri in grado di annullare le tracce della tanto ricercata “patina dell’antico” (cfr. Morris e Brandi per citare due scuole di pensiero)
Registro delle aberrazioni  progettuali quando ancora nel 2015 devo vedere apposta sulla tavolatura in legno dei tetti di edifici ecclesiastici guaine bituminose che ostacolano il normale flusso igrometrico a causa della assoluta incapacità di saper scegliere a livello progettuale quali materiali riescano a garantire la vita degli elementi lignei.guainaIl problema della condensazione del vapor d’acqua, sia che avvenga sulle superfici delle strutture, sia che avvenga all’interno delle stesse, rappresenta un rischio sotto un duplice aspetto: quello legato alla conservazione delle strutture e quello legato alla salubrità degli ambienti.
Non è raro infatti imbattersi nella formazione di muffe, o assistere alla disgregazione di intonaci e murature proprio a causa dei fenomeni suddetti, pertanto non sto qui a sottolineare quanto degrado si possa provocare in ambienti di pregio storico in cui il danno diviene irreversibile.
Allo stesso modo non mi piacerebbe trovare - a ponteggi smontati - accostamenti cromatici inventati e posticci che urlano sia per l’impiego di materie prime troppo contemporanee che per l’improvvida esperienza di maestranze poco avvezze alla sacralità del restauro.

domenica 7 giugno 2015

Dammi un motivo per dire che sbaglio

La mercificazione del patrimonio culturale


La trasformabilità delle aree urbane è sotto gli occhi di tutti, negli ultimi anni di questa lunga pesante crisi, molti assetti sono cambiati in modo macroscopico, e nuove spinte si fanno spazio. Le desiderabilità sociali e le praticabilità ambientali sono frutto di vere e proprie spinte che hanno alla base riflessioni sullo sviluppo sostenibile maturate ormai livello mondiale 

Durante l’intervista della scorsa settimana con il Prof. Maurizio Carta  abbiamo concentrato la nostra attenzione su come agire, mediante una lettura serena, sui processi di riqualificazione del turismo come una delle principali leve della ricrescita e riqualificazione del nostro vasto territorio.

Alle volte pare difficile abbandonare una posizione di potere per uno stato inferiore di umiltà relativa. L’incapacità di guardare ad un fenomeno territoriale più ampio non conduce verso una elaborazione di una possibile alternativa (basti pensare alla parole di Rem Koolhaas). La crisi della città parte dal fatto che non dobbiamo farci ammaliare dagli strascichi di pensieri alla Derida: secondo cui non possiamo essere Tutto,  alla Baudrillard: per il quale non siamo Reali,  o farci imprigionare nel pressappochismo liquido di Bauman.
Se questa classe politica vuole, insieme a noi tutti, promuovere una reale ricrescita, una nuova era economica e socio-culturale, deve interpretare una nuova semantizzazione dell’ambiente e della città lasciando da parte i fantasmi di ordine o onnipotenza. 

I processi da agevolare sono quelli basati su forme economiche efficienti che si riconfigurino partendo da nuove e molteplici istanze di mercato in modo più complesso. Non è necessario inventarsi nuovi prodotti/servizi - siamo in un mercato saturo - ma offerte, che inseriscano nelle vecchie forme strutturali private e magari cooperativistiche, accoglienze sostenibili, in rete e architettate in una nuova veste. 
In fondo è la formula vincente di Steve Jobs quella cioè di far trovare in un solo apparecchio più servizi in contemporanea facendo funzionare tutto al meglio.  

Il problema delle aree da riqualificare e dell’edilizia si risolve spesso con interventi puntuali e  mirati ma soprattutto ripristinando in modo diverso. E’ tempo di cambiare l’approccio di base è il momento di “concretizzare” piuttosto che chiacchierare.
Possiamo ripartire ad esempio dal fenomeno della edilizia in legno, riconvertendo le maestranze verso un approccio più biosostenibile e compatibile, che incontri la domanda sempre più articolata e qualitativamente specifica. 

Alla luce della tavola rotonda sulle nuove frontiere del turismo esperenziale tenutasi di recente a Cefalù come però di tanti altri eventi del genere, non si legge un vero e proprio cambiamento di rotta.

Aleggia semmai imperante la logica di un  patrimonio da “sfruttare” a piene mani. 
Mentre negli Stati Uniti si impiega il denaro per creare cultura, nell’idea locale e tipicamente italiana si deve “bruciare la cultura” per creare denaro. 

Se il mio politico non lo capisse ( e qui il J’accuse è lampante) intendo indignarmi una volta per tutte per gli scempi che consentiamo nella nostra città. 
E’ inaccettabile, per l’agire politico, pensare  di non risolvere la problematica dell’aggressione perpetrata dagli “interessi privati” a quanto costituisce lo spazio pubblico e il sistema monumentale e territoriale tutto. 
Tu Signor Sindaco, tu Signor Assessore all’Urbanistica, Signor Assessore ai Beni Culturali siete chiamati in causa: pensate certamente - guardando in TV immagini disgustose - che sia uno scempio fare arrivare le Grandi Navi dentro la laguna di Venezia, ma cosa pensate di fare avallando le scorribande dei taxi attraverso le adiacenze storiche del Duomo? Quello stesso monumento che volete elevare a Bene da proteggere come Patrimonio dell’umanità?
Che umanità volete trasmettere alle generazioni future lasciando sostare le grigie scatole di souvenir di giorno in piazza e la notte dentro il complesso monumentale?
Dobbiamo sostenere i piccoli commercianti? No scusate. Oggi il turista non compra perché nel bagaglio low cost ci sta una maglietta e un jeans. Il commerciante di souvenir forse deve pensare a ricollocarsi nel mercato in modo diverso, vendendo materiale  di qualità con guadagni ben più remunerativi e non chincaglieria cinese. 
Oggi così facendo consentiamo un accattonaggio 2.0. 
State mercificando il patrimonio storico così come il patrimonio ecclesiastico fu saccheggiato e quasi vilipeso con un marketing dozzinale da un noto marchio di moda a uso e consumo di vestitini pacchiani e maglieria intima.
“Siamo certi di sapere chi valorizza cosa? Sono davvero questi privati a valorizzare il il Patrimonio? O non è il Patrimonio che valorizza i loro bilanci?” Se fosse valida la prima ipotesi dovrebbero omaggiare gratuitamente delle t-shirt con la scritta I Love Monreale e avremmo un ipotetico riscontro per la città. Invece è la scritta che consente al mercante di realizzare guadagni, perché il brand è “Monreale”.
Tomaso Montanari infatti sostiene la necessità di “parametrare le sedicenti verità sui privati con la misura della Costituzione (di certo una grammatica nota al mio Sindaco) perché l’Art. 9 ha spaccato in due la Storia dell’Arte. La Repubblica tutela il Patrimonio per promuovere lo sviluppo della Cultura… e questo serve al pieno sviluppo della persona umana e alla realizzazione di una uguaglianza sostanziale (Art. 3)”.
Mi aspetto confronti seri e e serrati su queste tematiche e non beghe sugli aspiranti nuovi assessori che sgambettano e “inciuciano” per accaparrarsi spazi di notorietà sulla ribalta politica di una povera città. 
Io non ho assolutamente nulla contro i piccoli commercianti legati a questo povero turismo (tanto non cambierà nulla tranquilli) è una questione di merito sulle logiche perdenti attivate intorno al sistema dei valori comuni. 
Voglio sentire la pulsione della linfa del cambiamento tanto sbandierata durante le fasi della campagna elettorale e sempre troppo presto accantonata. 
Le piccolezze umane mi interessano poco, perché registro invece mediocrità culturale, incapacità a mettere su tavoli di lavoro per la ricerca di soluzioni in modo moderno e aziendale. 

Non c’è intraprendenza amministrativa anche perché troppo inibita da pulsioni di apparati centripeti piegati a risolvere beghe interne causate da vetuste lotte intestinali sconcertanti. 

domenica 17 maggio 2015

Monreale vista da un iPhone


Mi sono cimentato in un gioco  che mi ha portato a riflettere su cosa possa essere oggi la capacità di attraversare una città e di interpretare ciò che essa rappresenta e ci comunica con i suoi segni del tempo, le sue rughe, con il nuovo e in secondo luogo a come essa possa rivelarsi ai nostri occhi.
Tutto sembra apparentemente incorporarsi e amalgamarsi, ma è solo una sovrapposizione o un eccessiva superfetazione e ogni pianificazione urbanistica e sociale sembra una utopia.

Spulciando su instagram con l’hashtag #Monreale ciò che emerge è l’occhio di un potenziale turista capace di emozionarsi solo dinanzi ai principali siti architettonici e a quanto di immediatamente circostante ad essi. Ma non cambia molto anche per chi è del luogo…

Il quesito che mi sono posto è dunque relativo all’approccio mentale che abbiamo rispetto la nostra città e alla sua percezione, qual è il punto di vista che cattura la vista e l’occhio? Come questo influenza i nostri percorsi mentali e poi fisici nell’attraversare vie e nello stringere relazioni?

Uno dei primi abitanti del villaggio di Mons Regalis ovviamente avrà potuto godere del connubio con una natura che avrà dovuto “spostare” quasi a forza per penetrarla e affermare lo spazio antropico, inoltre per svariati secoli la dimensione sarà stata connotata dalla lentezza.
La lentezza è oggi una rarità di inestimabile valore di cui si può godere in pochi eletti luoghi (uno tra questi è Venezia) ed insieme alla costanza dà la misura dell’amore verso le cose. 

Ieri il viaggiatore e il cittadino nel percorrere la città di Monreale potevano sentire la presenza di una forte regalità temporale e religiosa affermate dal simulacro della Chiesa conclamata nella emergenza di un complesso di architetture costellate da puntuali tessuti urbani a corollario.
Le immagini che ci raccontano questa visione (Laminae) sono ormai parte del nostro corredo iconografico in molti di noi sedimentato e stratificato nel personale immaginario.

Cosa vedono oggi i miei scatti fotografici fatti con un semplice smartphone? Vedo saccheggio, scempio, vedo i taxi posteggiati sotto un “Arco degli Angeli”  (immagine di un lassismo politico connivente e accomodante), faccio la foto a delle baracche grigie e grosse come bubboni con le ruote  trascinate nell’antivilla comunale per manifesta incapacità a uscire dagli schemi e inventare una soluzione o applicare un principio unico per tutti. 
Fotografo ancora scalinate di marmo sbeccate forse da “turisti affamati di billiemi" che negli anni hanno portato venditori abusivi come se fossero i loro stessi parassiti.
Ho fatto uno scatto a chi posteggia la notte in via Arcivescovado dinanzi al proprio esercizio commerciale per controllare la sua auto senza antifurto, 
Mi meraviglio nel vedere auto in sosta selvaggia e selvaggi dentro le auto desiderosi di posteggiare in piazza e passare dal sedile alla sedia di un’apericena.
Mi finisce peggio quando poi inviano sul mio profilo twitter documenti di un dopofesta con “ricordini” corporali dinanzi le porte altrui evidentemente ripensate e risemantizzate a vespasiano.

L’aspetto urbano è poi specchio progressivo del costume, Cicerone nelle Verrine gridava “O tempora, O mores….” io non trovo alcuna qualità architettonica, nessun premio alla contestualizzazione, nessuna ricerca verso l’inserimento contestualizzato e ragionato, palese frutto di una barbarie imperante e armonizzata nel tempo. 
Una città fin troppo spontanea, perché in tempi di recessione, prima culturali e poi economici fa sempre più appello all’informale come soluzione ai mali di una evidente inosservanza di regole e pianificazione. 
E laddove ci sono chiare regole, troviamo sempre qualcuno pronto a spostare i paletti della norma per soddisfare i bisogni del singolo.

E’ urbanistica e poi politica questa molteplicità fatta  da singoli attori nel territorio e da burocrati decisori?, ma dopo quasi cinquanta anni cosa mai ci ha lasciato Astengo? Quali immagini lascerò ai posteri quando abbandonerò il mio iPhone?

domenica 10 maggio 2015

Se a Favara ci insegnano a sognare sotto la Luna





E’ il caso di dire che strane simmetrie risuonano nella mia mente. Soprattutto quando trovi quasi per caso un artigiano dedito a lavorare alla “cosa architettonica” con l’insistenza e la costanza di un sapiente musicista.
Un uomo desideroso di arrivare alla sua migliore esecuzione, di raggiungere la perfezione del ritmo, di suonare la sua stessa vita ed essenza e per fare ciò si spende in modo unico. 
Questo tipo di suono è il Sound che vi volevo descrivere, fatto di innumerevoli click di mouse ripetuti all’infinito e che alla fine costituiscono l’armonia di forme architettoniche singolari e contemporanee. 
Nel fare tale accostamento penso a famosi batteristi che giorno per giorno tracciano come Buddy Rich o Billy Cobham la filosofia del ritmo jazz.
Ho capito che in Sicilia si disegnano nuove rotte culturali, una nuova energia si avverte sulla base di fatti concreti trasformanti la realtà urbana e in riqualificazioni modulate su varia scala.
Le strategie messe in atto da privati, oggi divenuti veri e propri imprenditori di arte e cultura, si tramutano in una consapevole volontà politica di spostare il baricentro isolano attraendo energie culturale in un moto centripeto e mutando le rotte del pubblico d’arte. 
Favara come Berlino? 
Ho incontrato Lillo Giglia, un “architetto jazz” , l’ho visto padroneggiare la materia, nella doviziosa ricerca della corretta sintesi architettonica. Lillo propone, a Favara, un progetto incastonato nella Poetica di un Percorso costituito da una teoria di fatti architettonici densi di significati e figli del suo essere poliedrico. 
Le immagini a corredo di questo articolo raccontano la riqualificazione di un  tessuto urbano  sgranato dalla vetustà e dall’abbandono partendo dalla esperienza dilagante, esplosiva, coinvolgente del Farm Cultural Park. 
Qui Vicolo Luna dal nome evocatore di ispirazioni desideri e sogni per antonomasia ha insito il potere di volare verso un futuro fatto di ben alte mete con una denominazione che tra l’altro sembra un brand ricercato e più che mai contestualizzato…
Entrambe le esperienze sono una rassegna di forme che si sposano con la storia dei luoghi in modo organico, ricollocando nel tessuto urbano elementi in grado di tramandare il vissuto e conducono in un linguaggio di straniamento nuove matrici semiotiche e simbologiche.
Vuoti e pieni come nuovo e vecchio riemergono e giocano volutamente nel contesto, affondando nel dialogo di ridefinizione fisico-compositiva. 
Vecchie case dirute diventano centri di moderna aggregazione, centri polivalenti multifunzionali e capaci di attrarre eventi, risorse, investimenti, energie in un contesto pensate con gli occhi di un architetto visionario e appassionato.
C’è un “plus” in ogni spazio, in ogni dettaglio, laddove Lillo Giglia propone nuove suggestioni risemantizzando gli stilemi linguistici di una cultura metropolitana, in un obsoleto contesto storico, proiettando così l’intera città di Favara verso un’era (digitale, contemporanea, europea, del web) che più gli è consona nel linguaggio e nell’idea progettuale. 
Attraversando le sue nuove architetture (ancora in divenire) mi è parso di percepire una ricerca trasversale,  colta, connotata dal segno minimale trovato ora nella neutralità degli spazi grigi o nella scelta di grossi elementi in marmo monolitici e primordiali. 
Non c’è un uso sfrenato del razionalismo di ultima generazione, quanto lo sforzo artigianale di dialogare con la materia primigenia dove si tralascia la forma vetusta. 
Ho toccato con mano una cornice idonea ad aprire e a mostrare la vena spirituale in grado favorire processi urbani e regionali atti a coinvolgere i sensi, l’arte e la vita. 
Antropizzare diversamente, dialogare con la storia e le preesistenze, coinvolgere il contesto sociale per attivare strategie economiche di scala partendo dall’intrinseco patrimonio di precipua vocazione territoriale. 
Non lo dirò a parole, ma il confronto con i miei/vostri esperti, politici e imprenditori locali non esiste data la incapacità a pensare fuori dagli schemi. 

E’ sempre vero che Crisi è sinonimo di opportunità, scelta, discernimento e che gli ostacoli possono rimodularsi in opportunità e mi auspico pertanto che anche il nostro territorio monrealese un giorno possa avere il dono di essere ri-formato partendo da un sogno come fu nel medioevo con Guglielmo II.


 



Stato di Fatto e Render su Vicolo Luna

Fasi di sgombero macerie dal cortile interno
Stato di Fatto e Render del Cortile interno




Render Corte Interna

lunedì 4 maggio 2015

Stress Fest






Con il dovuto rispetto alle tradizioni, al folklore e alla religiosità (che peraltro non entra minimamente nel merito delle nostre considerazioni), questa settimana di festeggiamenti può essere considerata uno “stress test” per la vita della comunità cittadina e dunque possiamo fare scaturire un insieme di valutazioni e ponderazioni alla luce delle quali dibattere sul livello della qualità urbana proposta, attesa e poi effettivamente riscontrabile a Monreale. 

Se una rondine non fa primavera parimenti una festa non fa la forza del turismo e ciò per confermare quanto detto più volte da esperti del settore secondo cui la nostra offerta non costituisce una attrattiva tale da generare flussi turistici di notevole entità atteso che è anche cambiata in genere la tipologia stessa di fruizione dei soggiorni. 
E’ a tutti noto il problema endemico della distribuzione dei parcheggi e della tribolata gestione di questi, della assoluta mancanza di spazi verdi urbani e delle percorribilità pedonali, per non parlare delle offerte culturali che stentano a trovare vita osteggiate da palese indifferenza e “anaffettività” al fare culturale. 
Una città avrebbe dovuto crescere in modo lungimirante, distendendosi sul territorio con un fare più compatibile al paesaggio e alla sua stessa antropizzazione. Con uffici attenti e  vigili (n.d.a. Vigili è in questo caso un aggettivo) attivamente operanti per il controllo dei fenomeni di imperante abusivismo, pianificando, analizzando e controllando la crescita.
Oggi invece “sotto festa” e “sotto stress” i cittadini sono soggiogati da masse convulse che in modo entropico mettono sottoscacco l’urbana normalità.

Se mi limito ad osservare cosa accade in questa città, messa sotto torchio, noto ad esempio la difficoltà di gestione del traffico lungo le principali arterie cittadine, ostruite, intasate e congestionate come le vene di un malato di arteriosclerosi.

Il tessuto storico mal sopporta carichi dovuti ad eventi macroscopici e dal pesante impatto, pertanto sarebbe necessario stimolare ogni possibile processo vitale di adeguamento, nel preciso rispetto di pochi, ma ben evidenti valori morfologici e funzionali. 
Valori, analoghi a quelli da anni utilizzati altrove per la riqualificazione della Città Storica, non fanno riferimento alle singole “unità edilizie”, ma hanno come parametro sistemi edilizi e tessuti urbanistici. Questi rappresentano insieme una differenza di scala, ma al tempo una diversità di forme e di contenuti da tutelare: gli isolati a blocco, i fronti edificati su strada in linea o a edifici separati. 
La morfologia urbanistica di questi tessuti e ambiti storici dovrebbe essere oggetto di complessiva conservazione, ma anche di necessaria Ri-qualificazione richiesta da nuovi contenuti: per esempio trasformando in viali alberati alcune dorsali stradali spoglie e anonime; o preservando ovunque sia possibile la presenza di negozi lungo le strade, magari attrezzando i marciapiedi alla sosta e al passeggio.

Non parliamo della gestione del patrimonio storico lasciato pressoché abbandonato e/o incustodito, quando non del tutto snobbato poiché immateriale, sensitivo, fatto da sperimentazione di dinamiche esterocettive e introcettive. 
Per quale ragione allora fregiarsi di vivere in una città d’Arte? 
Se tornassi indietro con la memoria, tale definizione ci dovrebbe appartenere solo perché un mecenate volle donare uno “scrigno” a dei cinghiali e nonostante tutto il tempo trascorso tale è rimasta la popolazione del Reale Colle.
L’offerta culturale spesso è poco significativa, provinciale e di media qualità perché forse non si riesce ad essere maggiormente appetibili rispetto al capoluogo.
C’è da dire che difatti ci qualifichiamo molto male quando, nella promozione dell’evento dell’anno, si improvvisano con mezzi di fortuna estemporanee interviste ovvero nell’essere istituzionalmente rappresentati da blogger più o meno naif che postano commenti e contenuti arbitrari o di dubbia provenienza e attendibilità. 

Che stress questa festa laica, ne usciamo sconfitti, distrutti e barcollanti. 

Una città che sia nuova, confortevole e per definirla in termini attuali: “Smart” e creativa si dovrebbe configurare come una potente leva socio-urbanistica orientata ad un’azione di trasformazione intimamente alimentata dall’armartura culturale. 

Da una visione in cui le città più competitive sono quelle in grado di attrarre la classe creativa dobbiamo passare ad una visione progettuale in cui la città diventa generatrice di creatività, si configura come un potente incubatore di economie dell’innovazione, della cultura, della ricerca, della produzione artistica, investendo nella economia dell’esperienza e rafforzando il proprio capitale identitario. 

La città creativa è una tensione, richiede una visione prospettica e ci chiama all’azione. 
Sulla base di una maggiore Cooperazione urbana, dei strumenti di Comunicazione e di energiche risorse Culturali si gioca il futuro della nostra città. 
E il manifesto che dovrà guidare l’azione progettuale si articola attorno a quattro cardini: una visione guida, un obiettivo strategico, la produzione di risultati concreti e una chiara dimensione evolutiva.
L’Obiettivo primario dovrebbe tracciare e potenziare i processi di governance urbana. 
Ciò di solito consente di migliorare le qualità e i risultati dei progetti di riqualificazione in un’ottica di maggiore competitività, coesione e cooperazione.

Come Output dovremmo essere capaci di alimentare il suo nucleo creativo e di porlo a fondamento del progetto di futuro. Una nuova agenda urbana dovrebbe contenere principi e azioni che producano nuova creatività, ridisegnando i centri, distribuendo le reti, rigenerando i luoghi e aggregando i tessuti.

Il Futuro: L’economia creativa promuove uno sviluppo basato sulle identità culturali
e sull’innovazione: il recupero del patrimonio culturale (materiale e immateriale).
La riqualificazione delle aree dismesse, l’offerta di servizi culturali, la diffusione della ricerca e il potenziamento delle infrastrutture alimentano una nuova sostenibilità economica del rinascimento urbano.

George Barnard Shaw diceva: “alcuni uomini vedono le cose come sono e dicono: Perché?. 
Io sogno le cose come non sono mai state e dico: Perché No?

Istantanee del Post Festa all'interno del quartiere Ciambra

domenica 26 aprile 2015

La piazza di Aquino chiusa da muraglioni: così è naufragata l'idea di democrazia



Due sono gli concetti su cui vi indurrò a riflettere brevemente per dovere di sintesi.
Da una parte la concezione di Spazio pubblico e dall’altra la concezione di Piazza, ambedue gli aspetti ovviamente calati nella tematica urbana che dialoga indissolubilmente con la problematica della antropizzazione del paesaggio e con l’aspetto socio-antropologico dell’agire umano in tali contesti.

Percorro questo impervio sentiero per dibattere con voi del processo legato alla responsabilità di dover tramutare un vezzo di matita in un segno concreto sul territorio. 
Il progettista ha il carico di un Edipo che spesso - non riconoscendo la natura del suo essere - regna dal talamo della madre. Per dirla parafrasando Jung: cosa vale comprendere l’essenza stessa dell’uomo se manca la responsabilità della scelta personale percepibile nel segno a partire dal cogliersi nella capacità simbolica e distinguendo ciò che essa significa per ogni individuo?

Se ogni forma sociale è anche una forma spaziale (Ledrut 1984), le forme sociali sono spaziali e temporali. Nel cercare di spiegare le forme sociali si incontra, dunque, immediatamente il problema fondamentale delle relazioni tra forma
e senso: la forma riceve senso o dà senso? Non si può osservare la logica della forma senza comprendere che materia e forma sono reciprocamente legate, assumono significato l’una nell’altra.

Luogo che in assoluto pertanto riveste una qualità simbolica, funzionale, relazionale, di singolarità nell’alterità, mercantile, contrattuale e tanto altro  ancora è indubbiamente la Piazza. Essa ha dunque la capacità di tramutare sistematicamente la pluralità dei luoghi in un unico spazio. 
Tutto ciò per cercare di decostruire in realtà l’iter progettuale che ha portato alla realizzazione della cosiddetta piazza ricavata da uno spazio antistante la chiesa parrocchiale di Aquino.

Ogni cittadino che vive una piazza ha da sempre avuto la possibilità di sperimentare la propria fisicità pervadendo, attraversando e spostandosi in uno spazio all’interno del quale “agisce”
Le piazze parlano dell’uomo e all’uomo, in quanto moltitudine del suo essere intersoggettivo, del muoversi nella dimensione pubblica e dei vantaggi o svantaggi che ciò comporta. Il muoversi verso l’altro, legato al processo fisico dell’agire, dove per “agire” (ago - da cui agorà) è il momento fruttuoso della vita all’aperto.
Potrei forse pensare che in questa particolare formulazione progettuale si possa ravvisare il simbolo di una nuova socialità, articolata in una partizione multifunzionale che era prodromica del più contemporaneo vissuto antropologico. Avrei forse finito col dire che i luoghi del collettivo non esistono più, per via del generalizzarsi della precarietà, che rende i confini tra lavoro e vita quotidiana molto sfumati e singolarizza le esperienze, le rende feste occasionali.  
Nell’epoca postmoderna tutto è definito liquido e fluido, pure il pensiero, e perciò: viva i non- luoghi (Augé 1992). Siamo ancora in una fase di controcultura, di messa a morte della  piazza - come dell’arte - e in questa fase non c’è posto per le oasi, ma solo per i transiti, per i “fast mood”. Fino a quando? – sarebbe il caso di chiedersi. Eppure la tesi del “mordi e fuggi” è la più frequente, accettata e stabilizzata, quella che di solito prelude a una laudatio temporis acti. Nostalgia dei tempi in cui la piazza era un vero condensatore sociale, luogo abitato, di aggregazione vivace e chiassosa. 
Questo progetto realizzato ad Aquino ha però chiuso lo spazio, ha imbrigliato ogni potenzialità dei rapporti tra le parti architettoniche poiché le scelte derivanti dalle diverse quote altimetriche hanno penalizzato ogni possibile sviluppo. Potremmo dire che le emergenze, i vuoti, e i muraglioni secchi e aspri degli edifici circostanti sono stati cuciti da una semplificativa muraglia raccordatrice senza impegno concettuale, ma come frutto di uno sbrigativo segno. 
Nel nostro caso specifico questo “luogo negato” sembra piegato ad una concettualità dominata da un vetusto razionalismo revisionista figlio di una mano influenzata apparentemente da eredità alla Rossi o alla Portoghesi. 
Qui “la ragione arriva a vedere solo ciò che essa stessa produce secondo il suo progetto” o allo schizzo, al disegno,  che appunto soltanto per approssimazione corrisponde alla realtà. 
Il processo deriva da un unico atto, da quella che Baudrillard (1981, p. 10), chiama la “precessione del simulacro”, e che propriamente consiste nell’anteporre alla realtà l’immagine cartografica, il disegno topografico, e pretendere che la prima discenda dalla seconda, in base a quel che potrebbe chiamarsi – mutuando l’espressione dalla critica cervantina – “il principio di realtà sufficiente” (Torrente Ballester 1975; Castilla del Pino 2005, pp. 116-117)

Se si fosse lavorato alla luce di una  semiotica dello spazio sulle forme di localizzazione, d’orientamento e di distribuzione, d’inclusione e d’esclusione, d’intersezione e di sovrapposizione, queste avrebbero restituito una misura alla prossimità e alla distanza, all’ampiezza e alla densità dei fatti e dei gesti umani.
Di conseguenza la questione che si pone oggi è quella di comprendere come si distingue l’oggetto composto dall’oggetto giustapposto. Come l’uno si libera del multiplo? Come un oggetto si chiude su se stesso, per disfarsi dell’altro? Qual è la grammatica degli oggetti? Come fa un oggetto giustapposto a diventare componente di un altro? Queste questioni entrano a pieno titolo in una semiotica dello spazio. La mia opinione è che invece l’intero impianto planimetrico e volumetrico avrebbe dovuto  parlare “netto e chiaro”, col rigore dell’abaco, con la categoricità della partita doppia.

 Ai luoghi del collettivo urbano, agli spazi di incontro si chiede una maggiore qualità, un maggior livello di attrattività. La recente fortuna di concetti come l’urban vitality nel mondo anglosassone o l’urbanità di scuola francese mettono
in evidenza la necessità di costruire il progetto urbano partendo da un livello di densità delle città che favorisca la qualità sfatando la profezia wrightiana di suburbanizzazione.
Lo spazio pubblico dovrebbe essere legato al connettivo e alle porosità urbane: il progetto si doveva articolare partendo da chiari concetti di accessibilità – evoluzione del concetto di mobilità – e permeabilità – che si riferisce alla connessione tra un vuoto e l’altro anche attraverso reti più deboli.
In questo quadro il paesaggio non sarebbe divenuto puro sfondo della città compatta, né  tantomeno piano indifferenziato su cui poggiare architetture più o meno efficienti. 
La piazza è indiscutibilmente lo spazio della memoria sociale nei termini di una relazione contrattuale o conflittuale con l’altro, istituzionalizzazione ed interpretazione, in chiave politica delle funzioni di mercato.

Rendere tale relazione una risorsa - ecco il fine della piazza. Porre l’interazione a fondamento degli assetti urbani, rivitalizzarla, pensarla come piano del contenuto di planimetrie che possano favorirla, rafforzando la componente civica.
Anche nelle piazze d’Europa più recenti o sorte in periodi lontani dall’agorà e dal Foro - nel XII secolo con i Comuni ad esempio, è il caso dell’Italia - il tratto distintivo da difendere, o da creare ex novo, resta quello della democrazia.