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sabato 5 marzo 2016

Cittadini di una SimCity



Non siamo i cittadini di una SimCity, ma persone che non possono essere subalterne alle estemporanee sortite di chicchessia.

Una città è un complesso e delicato organismo composto da relazioni socio economiche che abbisognano di cura, di estrema attenzione , di affinamento delle strategie politiche che abbiano ben visibili indirizzi di medio e lungo periodo. 
Negli ultimi sette anni nei centri storici delle medie città c'è stata una forte riduzione di negozi tradizionali, solo parzialmente attenuata dalla crescita del commercio ambulante (nel periodo 2008/2015 a Palermo il dato registra un -18,4%)

C'è, dunque, un concreto rischio di vedere una desertificazione commerciale dei centri storici da arginare per non creare disagi ai residenti e per rivitalizzare queste aree creando una maggiore coesione economica e sociale. 

Una strategia a livello nazionale esiste: guidare il commercio e le Amministrazioni comunali a una maggiore e migliore progettualità per utilizzare di più e meglio i fondi della Programmazione europea 2014-2020.
Sono concetti già più volte ribaditi dalle analisi sia di Confcommercio, Unioncamere che di ANCI. 
E hanno portato ad un progetto denominato UrbanPro: «Patto per le città» sottoscritto da ANCE,
Unioncamere, Consiglio Nazionale Architetti e Confcommercio che ha dato vita ad incubatori di facilitazione delle trasformazioni urbane.

Esiste un accordo per modificare i Piani Regolatori, favorire processi di rigenerazione urbana e
rivitalizzazione economica; si punta alla Valorizzazione dell’Agenda Urbana Europea e alla  Costruzione di una visione formativa nuova, condivisa con leFacoltà di ingegneria e architettura italiane
A tutto c’è un perché. E leggo la nascita di questa associazione di commercianti come un germoglio di questo cammino.

Non ho mai  sentito parlare di UrbanPro dai miei referenti politici locali, non ho mai letto un documento e una dichiarazione programmatica che mi riagganciasse a questi concetti. 
Quando poi registriamo evasive risposte del politico di turno che afferma di “aver già risolto o discusso il problema” restiamo basiti.
E mi permetto di mettere il dito sulla piaga su questioni a dir poco banali: se scendete verso Palermo trovate i ragazzi buttati su un lembo di marciapiede ad attendere il bus e non certamente seduti su una “civile panchina”, se saliamo le gradinate del parcheggio possiamo imbatterci su ambulanti abusivi e turisti poco accorti che si fanno male a causa di basole fatiscenti, per non parlare di una raccolta dei rifiuti ancora da terzo mondo.
Non mi meraviglio nemmeno quando poi invece di pagare un parcheggio per contribuire alla gestione della città, vengo “invitato a fare un obolo” al parcheggiatole abusivo di turno che impiega il suo tempo a guardare la mia autovettura ogni giorno. 

La gente ha voglia di reagire, ha voglia di risposte, perché la politica è quella dei fatti e non della virtualità di un social o delle risposte dal tono propagandistico pre elettorale.
Siamo stanchi perché si cerca la concretezza e l’ordine ed invece abbiamo una macchina che funziona male anche a causa di un motore (burocratico e dirigenziale) statico, poco motivato, impreparato, stanco, rilassato, su  cui lo stesso livello politico non arriva più ad intervenire data l’assoluta autoreferenzialità che negli anni è stata assunta. 

Potrei dirvi della profonda relazione tra l’anima di una città, l’urbanistica, il commercio, l’indotto turistico e la visione  di uno sviluppo sociale, ma siccome confido nella vostra intelligenza lascio a voi le dovute conclusioni. 


Mi auguro solo che questi coraggiosi e tenaci commercianti possano contribuire alla rivitalizzazione di una cittadina sempre più statica con interventi piccoli che siano in grado di creare condivisione e mistione delle competenze anche senza un appoggio “politico”. 

venerdì 7 agosto 2015

Cura e mantenimento dei Beni Culturali

Ci siamo chiesti più volte in seno alla nostra Redazione del perché portare avanti determinate cause e della validità delle nostre tesi, per tale ragione oggi non stilerò un articolo di indignazione ma un “bignami”, una sintesi riduttiva in cui cercherò di argomentare una tesi: perché chiudere il perimetro intorno al Duomo, al complesso Guglielmo e alle piazze è un dovere sociale, un fatto storico, una necessità e una istanza di vivibilità generale.


A primo acchito potrebbe sembrare una provocazione, ma non lo è: potreste pensare che siamo dei retrogradi conservatori che con cieca ostinazione rifiutano di vivere una città del terzo millennio, ma non è così. La storia - e le architetture che parlano di essa - merita rispetto, chiede cura, riverenza, lentezza.

Ma quanti di noi, spostandosi dal Duomo verso la piazza, si sforzano di immedesimarsi nello spazio in cui ci si muove, chi riesce ad immaginare quale fosse il tipo di vita all’epoca della fondazione della prestigiosa basilica e la dimensione urbana intorno al complesso benedettino?
Vivevano dei monaci, poche maestranze e uno sparuto gruppo di persone, lo spostamento per i sentieri in terra battuta era di certo segnato con modello urbano imponente ma ad una dimensione molto umana direi quasi del tutto contemplativa.

Qui il mio disappunto: che rispetto abbiamo oggi di questo lascito?

Viceversa oggi troviamo schiere di persone pronte ad imbracciare un fucile se gli si imbratta il muro di casa, ma se poi a livello generale “tutti” contribuiamo al degrado del Comune Bene chi sarebbe pronto a fare fuoco?

Il concetto equivale a fare la rappresentazione del cittadino medio di oggi: abbiamo gente che deve scorrere veloce su tutto, depredando immagini con azioni che non si chiamano più foto, ma selfie, cibandosi di patatine congelate e non di crocchè e panelle in stile street food siciliano, invece questi spazi gridano silenzi, lentezze, hanno dentro millenari racconti, sono scrigni in cui la luce è guida dello spirito. Sono le stesse ragioni per le quali la gente ascolta la musica “truzza” e non vuole più fermarsi a cercare di capire la musica più antica. Cercare non è più un piacere, non si vuole più pazientare, né tantomeno faticare e tutto ciò che impedisce questo è assolutamente secondario.

Sono pensieri del genere che ci fanno mettere le cartucce a pallettoni su queste pagine.

Altri ricordi vagano per la mente: a chi serve tutto il lavoro fatto dall’architetto Girolamo Naselli Flores e da Maria Andaloro?
Non posso dimenticare quante volte proprio l’architetto Naselli profetizzasse ostinatamente che lo scavo della cripta sotto la Sala San Placido stesse danneggiando l’assetto del Chiostro adiacente e dopo la sua morte infatti le arcate dovettero essere puntellate.
Adesso il gioco si fa duro, perché guardiamo ai manuali di chimica per arrivare ad altre affermazioni giusto perché è con un pò di fatica che vi farò arrivare alla pedonalizzazione della città.

La prima affermazione è banale: il duomo è realizzato con delle “pietre”. Tali elementi lapidei immobili, indifesi non reagiscono al mutare delle condizioni esterne perché non sono esseri umani che si riparano dagli eventi atmosferici. Cosa accade però nell’atmosfera di un microclima cittadino attraversato da auto e non più da cavalli e carretti? Di seguito vi elenco pedissequamente solo pochi dei tanti fenomeni di degrado rilevabili nei nostri monumenti.
Intanto andiamo incontro ad una progressiva azione di Solfatazione delle rocce.
L’anidride solforosa esistente nell’atmosfera si ossida trasformandosi in anidride solforica, che con acqua piovana dà acido solforico, secondo la seguente reazione:
SO2 + O  = SO3   SO3 + H2O   = H2SO4
In presenza di calcare si ha la rapida fissazione dell’anidride nelle pietre in presenza di catalizzatori (polvere, carbone, ossidi di vanadio e ferro, ecc) o anche di veicoli biologici, che sono sempre presenti nelle croste delle pietre e nello smog.
L’acido solforico attacca i calcari trasformandoli in solfati, cioè in gesso, quindi in un prodotto solubile, secondo la reazione:
H2SO4 + CaCO3     CaSO4 + H2O + CO2
Detto in parole molto semplici il “marmo diventa gesso”. 


Nelle pietre ciò si rileva per il distacco di scaglie giallastre dalle superfici lapidee, dovute all’aumento di volume del gesso bagnato; la caduta di tali scaglie rivela ampi crateri ben visibili e se guardaste con attenzione rischiereste di notare parecchi fenomeni di questo tipo.
Avete idea di quanto marmo sia presente nel Duomo? E nel Chiostro?

Un processo di carbonatazione dei materiali avviene tramite l’azione dell’acido carbonico, ottenuto dalla combinazione di acqua e anidride carbonica: CO2 + H2O  H2CO3.
Si tratta di un acido debole, ad azione lenta, che solubilizza il materiale calcareo attraverso la reazione: CaCO3 + H2CO3  =  Ca (HCO3)2 , dove il carbonato di calcio, combinato con l’acido carbonico, dà luogo al bicarbonato di calcio, solubile in acqua.

Tradotto in parole più semplici le pietre diventano Bicarbonato come quello che utilizzate a casa per curare il bruciore di stomaco!

La presenza di acqua acida è responsabile anche dell’alterazione dei materiali silicatici (pietre arenarie, tufi vulcanici, graniti, vetro e componenti silicatici dei materiali artificiali). Le reazioni attivate conducono alla solubizzazione o alla cosiddetta “argillificazione” e avvengono mediante la sostituzione degli ioni di idrogeno, contenuti nell’acqua acida, con ioni che fanno parte del reticolo cristallino del materiale, ad esempio ioni potassio o sodio.
Per non parlare del lungo elenco delle alterazioni fisiche che si attuano mediante sforzi di carico e sollecitazioni, anche a livello molecolare. Spesso si presentano delle tensioni da carico con deformazioni piùo meno reversibili sino ad arrivare alla rottura dell’elemento sollecitato.

La gelività e i relativi fenomeni di variazione di volume che accompagnano il passaggio di stato da liquido a solido provocano notevoli danni e degradi.
La stessa acqua già inquinata che entra nell’elemento lapideo provoca la formazione di una soluzione liquida in cui i sali vengono condotti dall’esterno all’interno del materiale. La conseguente evaporazione consente la cristallizzazione di questi sali e il danneggiamento del materiale. 
Gli effetti dovuti alla cristallizzazione si diversificano in funzione della velocità di evaporazione dell’acqua; se questa è superiore alla velocità migratoria della soluzione entro il materiale, la cristallizzazione avverrà all’interno del muro e produrrà tensioni sulle pareti dei pori (subflorescenza). Se invece l’acqua evapora più lentamente e la soluzione ha la possibilitàdi risalire in superficie, la cristallizzazione dei sali apporterà unicamente danni di tipo estetico (efflorescenza). La crescita di volume dei cristalli in senso parallelo alla parete comporterà il distacco del materiale, in senso ortogonale provocherà fenomeni di corrugamento superficiale.

Un altro effetto molto negativo e comune alla maggior parte delle strutture architettoniche, soprattutto, in ambiente urbano è dovuto alla presenza di volatili apparentemente innocui. Il guano prodotto dagli uccelli è infatti una fonte di sali solubili molto pericolosi, soprattutto nitrati, e costituisce con la sua parte organica un ottimo substrato per lo sviluppo di funghi e batteri. A questi effetti dannosi di tipo chimico, biologico, va aggiunto il danno estetico prodotto dalla presenza del guano, che certo non è meno importante dei precedenti.
Dobbiamo dunque temere la perdita netta di materiale definita “erosione”, che si verifica soprattutto nelle zone esposte all’azione dilavante della pioggia, “l’annerimento” o sporcamento determinato dal deposito delle particelle carboniose sulla superficie dei nostri monumenti, che si verifica invece nelle zone protette dalla pioggia e altresì paventare “lo stress fisico” (determinato da fattori climatici e microclimatici), unito alle vibrazioni trasmesse dal costante e intenso traffico veicolare.

Ad oggi non possiamo determinare correttamente l’influenza del particolato sullo stato di conservazione del nostro Patrimonio Unesco, al fine di avere elementi utili bisognerebbe conoscere i dati di concentrazione degli inquinanti, la loro composizione chimica. 
La comprensione dei meccanismi di deposizione del particolato si basa inoltre sulla conoscenza dei parametri termoigrometrici, che permette di valutare quello che viene definito l’indice di stress fisico, che tiene conto dell’interazione termica e dell’umidità tra ambiente e materiale.

Lo sporcamento dipende anche dal contenuto di acqua negli strati superficiali del materiale; infatti, esso favorisce l’aumento dell’efficienza di cattura da parte di una superficie bagnata, causando un maggiore deposito degli inquinanti presenti in atmosfera.
Potevo continuare impinguando questa dissertazione con vari trattati, ma vi rimanderò alla breve bibliografia di supporto cui ho fatto riferimento per la parte più scientifica e di approccio metodologico.

Le considerazioni finali vanno a individuare la tematica centrale di partenza secondo cui non è sostenibile un approccio alla molteplicità monumentale, espressa dalle emergenze architettoniche, sulla base di un saccheggio continuo e di un uso indiscriminato degli spazi. Per tutta la serie di motivazioni inerenti il rischio continuo e incessante dovute all’aggressione chimica di cui sopra, e in secondo luogo perché è necessario cercare di imporre uno stile di vita in cui i monumenti siano occasione di progettualità e non di malintesa urbanistica.


Qui ci si improvvisa, circondati da politicanti troppo provinciali e non da politici, nel rabberciare soluzioni e nel dimostrare una profonda immensa inadeguatezza culturale.
Bisogna leggere la città segmentando i livelli di analisi dal piccolo elemento a quello più macroscopico e complesso, si dovrebbe agire in considerazione della unicità e della irripetibilità dei temi che si presentano, proponendo un restauro urbano, urbanistico e ambientale diretti al fine della conservazione dei valori culturali presenti.

Salvatore Boscarino parla di intervenire nei centri storici secondo logiche non dettate da pure economie di profitto (uso privato e irrispettoso di qualunque natura), ma vede “necessaria la ricerca di condizioni non tecnocratiche o industrializzate, indirizzate su una scala di interventi di piccola dimensione da perseguire possibilmente con la presenza degli abitanti”.
Ci suggerisce in pratica di ridefinire il rapporto con la storia partendo dalla scala di quartiere per arrivare a quella più grande, cercando il consenso della popolazione, perchési possa guadagnare una dimensione urbana e storica ormai dimenticata.

Eliminare totalmente il traffico auto equivale a preservare la caratteristica delle architetture esistenti, significa riconoscere l’istanza estetica che corrisponde al fatto basilare dell’essere “opera d’arte”, per cui il monumento viene riconosciuto tale e il preservare la fisicità dei beni garantisce la loro trasmissione al futuro.

Il valore storico di un monumento è tanto più alto quanto più si apprezza il grado in cui si manifesta lo stato originale e concluso del monumento o in questo caso del complesso urbano, pertanto: se la mèta è la conservazione ne consegue che una Amministrazione seria non possa consentire che i taxi passino sotto l’Arco degli Angeli, che le piazze siano il raduno serale dell’automobil club e della chincaglieria turistica, ciò equivarrebbe a vandalizzare l’immagine del Cristo Pantocratore.

BIBLIOGRAFIA
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- See more at: http://www.monrealepress.it/mp-monreale-cosigrave;-vandalizziamo-limmagine-del-cristo-pantocratore-8496.asp#sthash.RLMovucf.dpuf

domenica 7 giugno 2015

Dammi un motivo per dire che sbaglio

La mercificazione del patrimonio culturale


La trasformabilità delle aree urbane è sotto gli occhi di tutti, negli ultimi anni di questa lunga pesante crisi, molti assetti sono cambiati in modo macroscopico, e nuove spinte si fanno spazio. Le desiderabilità sociali e le praticabilità ambientali sono frutto di vere e proprie spinte che hanno alla base riflessioni sullo sviluppo sostenibile maturate ormai livello mondiale 

Durante l’intervista della scorsa settimana con il Prof. Maurizio Carta  abbiamo concentrato la nostra attenzione su come agire, mediante una lettura serena, sui processi di riqualificazione del turismo come una delle principali leve della ricrescita e riqualificazione del nostro vasto territorio.

Alle volte pare difficile abbandonare una posizione di potere per uno stato inferiore di umiltà relativa. L’incapacità di guardare ad un fenomeno territoriale più ampio non conduce verso una elaborazione di una possibile alternativa (basti pensare alla parole di Rem Koolhaas). La crisi della città parte dal fatto che non dobbiamo farci ammaliare dagli strascichi di pensieri alla Derida: secondo cui non possiamo essere Tutto,  alla Baudrillard: per il quale non siamo Reali,  o farci imprigionare nel pressappochismo liquido di Bauman.
Se questa classe politica vuole, insieme a noi tutti, promuovere una reale ricrescita, una nuova era economica e socio-culturale, deve interpretare una nuova semantizzazione dell’ambiente e della città lasciando da parte i fantasmi di ordine o onnipotenza. 

I processi da agevolare sono quelli basati su forme economiche efficienti che si riconfigurino partendo da nuove e molteplici istanze di mercato in modo più complesso. Non è necessario inventarsi nuovi prodotti/servizi - siamo in un mercato saturo - ma offerte, che inseriscano nelle vecchie forme strutturali private e magari cooperativistiche, accoglienze sostenibili, in rete e architettate in una nuova veste. 
In fondo è la formula vincente di Steve Jobs quella cioè di far trovare in un solo apparecchio più servizi in contemporanea facendo funzionare tutto al meglio.  

Il problema delle aree da riqualificare e dell’edilizia si risolve spesso con interventi puntuali e  mirati ma soprattutto ripristinando in modo diverso. E’ tempo di cambiare l’approccio di base è il momento di “concretizzare” piuttosto che chiacchierare.
Possiamo ripartire ad esempio dal fenomeno della edilizia in legno, riconvertendo le maestranze verso un approccio più biosostenibile e compatibile, che incontri la domanda sempre più articolata e qualitativamente specifica. 

Alla luce della tavola rotonda sulle nuove frontiere del turismo esperenziale tenutasi di recente a Cefalù come però di tanti altri eventi del genere, non si legge un vero e proprio cambiamento di rotta.

Aleggia semmai imperante la logica di un  patrimonio da “sfruttare” a piene mani. 
Mentre negli Stati Uniti si impiega il denaro per creare cultura, nell’idea locale e tipicamente italiana si deve “bruciare la cultura” per creare denaro. 

Se il mio politico non lo capisse ( e qui il J’accuse è lampante) intendo indignarmi una volta per tutte per gli scempi che consentiamo nella nostra città. 
E’ inaccettabile, per l’agire politico, pensare  di non risolvere la problematica dell’aggressione perpetrata dagli “interessi privati” a quanto costituisce lo spazio pubblico e il sistema monumentale e territoriale tutto. 
Tu Signor Sindaco, tu Signor Assessore all’Urbanistica, Signor Assessore ai Beni Culturali siete chiamati in causa: pensate certamente - guardando in TV immagini disgustose - che sia uno scempio fare arrivare le Grandi Navi dentro la laguna di Venezia, ma cosa pensate di fare avallando le scorribande dei taxi attraverso le adiacenze storiche del Duomo? Quello stesso monumento che volete elevare a Bene da proteggere come Patrimonio dell’umanità?
Che umanità volete trasmettere alle generazioni future lasciando sostare le grigie scatole di souvenir di giorno in piazza e la notte dentro il complesso monumentale?
Dobbiamo sostenere i piccoli commercianti? No scusate. Oggi il turista non compra perché nel bagaglio low cost ci sta una maglietta e un jeans. Il commerciante di souvenir forse deve pensare a ricollocarsi nel mercato in modo diverso, vendendo materiale  di qualità con guadagni ben più remunerativi e non chincaglieria cinese. 
Oggi così facendo consentiamo un accattonaggio 2.0. 
State mercificando il patrimonio storico così come il patrimonio ecclesiastico fu saccheggiato e quasi vilipeso con un marketing dozzinale da un noto marchio di moda a uso e consumo di vestitini pacchiani e maglieria intima.
“Siamo certi di sapere chi valorizza cosa? Sono davvero questi privati a valorizzare il il Patrimonio? O non è il Patrimonio che valorizza i loro bilanci?” Se fosse valida la prima ipotesi dovrebbero omaggiare gratuitamente delle t-shirt con la scritta I Love Monreale e avremmo un ipotetico riscontro per la città. Invece è la scritta che consente al mercante di realizzare guadagni, perché il brand è “Monreale”.
Tomaso Montanari infatti sostiene la necessità di “parametrare le sedicenti verità sui privati con la misura della Costituzione (di certo una grammatica nota al mio Sindaco) perché l’Art. 9 ha spaccato in due la Storia dell’Arte. La Repubblica tutela il Patrimonio per promuovere lo sviluppo della Cultura… e questo serve al pieno sviluppo della persona umana e alla realizzazione di una uguaglianza sostanziale (Art. 3)”.
Mi aspetto confronti seri e e serrati su queste tematiche e non beghe sugli aspiranti nuovi assessori che sgambettano e “inciuciano” per accaparrarsi spazi di notorietà sulla ribalta politica di una povera città. 
Io non ho assolutamente nulla contro i piccoli commercianti legati a questo povero turismo (tanto non cambierà nulla tranquilli) è una questione di merito sulle logiche perdenti attivate intorno al sistema dei valori comuni. 
Voglio sentire la pulsione della linfa del cambiamento tanto sbandierata durante le fasi della campagna elettorale e sempre troppo presto accantonata. 
Le piccolezze umane mi interessano poco, perché registro invece mediocrità culturale, incapacità a mettere su tavoli di lavoro per la ricerca di soluzioni in modo moderno e aziendale. 

Non c’è intraprendenza amministrativa anche perché troppo inibita da pulsioni di apparati centripeti piegati a risolvere beghe interne causate da vetuste lotte intestinali sconcertanti. 

domenica 24 maggio 2015

Un piano urbano di crescita territoriale



Molti dei problemi legati al rilancio del sistema economico e su cui ci si interroga da lungo tempo partono certamente dalla conduzione politica basata su precise, corrette istanze di carattere analitico. Se alla base non vi è la capacità di saper interpretare da una parte le sistemiche dei fenomeni turistici e dall’altra quella delle risorse disponibili non potremo tracciare la strada per lo sviluppo socio economico del territorio a breve termine.
Su queste tematiche mi confronto in un dialogo avuto con il Prof. Maurizio Carta.
Urbanista docente della Università degli Studi di Palermo, dal 2009 al 2011 lo ricordiamo in veste di  assessore al Piano strategico e al centro storico del Comune di Palermo promuovendo la riqualificazione delle eccellenze culturali della città per l'inserimento nella lista del Patrimonio dell’umanità dell’Unesco.
Dalla situazione di questa candidatura siamo partiti e subito mi precisa che “i tre poli culturali ammessi al vaglio Unesco hanno passato la prima selezione stabilendo, esclusivamente secondo un punto di vista tecnico/formale, la presenza dei requisiti per l’ammissione, ma questa non è immediata o dovuta,  difatti vi sono innumerevoli siti di prestigio in tutta Italia che da un decennio attendono di entrare a far parte della World Heritage List.
L’ingresso in tale Lista poi non porterà alcun apporto economico poiché esiste un Unesco Found ma è ridotto ormai ad un contenitore vuoto e costringe chi ne fa parte a trovarsi comunque dei fondi”. 
Quindi cari lettori, prepariamoci a una attesa di medio lungo termine e non illudiamoci che domani ci si fregierà dell’imprimatur Unesco. 

Ho chiesto al Professore Carta attraverso quali azioni e attori si potesse dare luogo al ridisegno di un Piano Regolatore in grado di ridefinire nuove logiche e che tipo di città ne possa tornare disegnata, tutto ciò per capire quali soggetti hanno la capacità di incentivare il rilancio del Comune, compatibilmente con la connotazione del territorio e le sue vocazioni.
La risposta è stata che: siamo di fronte a una importante realtà da analizzare, interpretare e ricollocare nel suo contesto Metropolitano. Oggi la distanza tra la città e la campagna è andata riducendosi. Potenti infrastrutture, nuove tecnologie e nuovi paradigmi culturali hanno prodotto una realtà rur-urbana. Una nuova ruralità immersa nella densità della presenza urbana. Abbiamo dunque un’opportunità unica per sperimentare un approccio sistemico e nuovo, a patto che ci si muova verso l’utilizzo di energie rinnovabili, di biomasse, verso la corretta politica del riciclo.

La città, come gli edifici  nella piccola scala, deve pensarsi come un organismo metabolico in cui i flussi di fabbisogno non devono essere intaccati dal ciclo dei flussi generati in fase emissiva (rifiuti, inquinamento…) 
Il territorio inteso come Sistema Sostenibile deve essere pensato e rivalorizzato adottando risposte al cambiamento sociale in atto e attivando nuove forme di governance.

Carta suggerisce poi di guardare al patrimonio delle forme cooperativistiche che a livello di PMI hanno costituito molta parte dell’economia Italiana e che da sempre sono state prese a modello anche per la capacità di generare intrinsecamente forme di welfare sociale.

“In un sito seriale e tripolare il rischio è che il visitatore veda magari Palermo e non continui il suo viaggio attraverso le altre città di Cefalù e Monreale, sarà dunque un Piano di Gestione Operativo a fare in modo che si capisca la necessità di arrivare a comprendere le loro identità.
L’ipotetico turista potrebbe decidere di muoversi liberamente sul territorio preferendo di risiedere a Monreale avvantaggiandosi della sua posizione e delle strutture presenti potendo affacciarsi però alla più complessa offerta culturale garantita dalla città di Palermo, è per questo che appare fondamentale la necessità di avvalersi di un programma che scelga di tracciare nuove dorsali stradali, che ampli l’offerta del trasporto pubblico attraverso la dotazione di un asse tranviario anche a Monreale.
Perché non puntare allora verso una ospitalità green oriented? Una rete di siti per l’ospitalità gestiti da coop di giovani (composti da soggetti provenienti dall’intero continente sul modello di quanto pensato a Matera) che riqualifichino in modo bio compatibile e sostenibile strutture non più produttive e che introducano un lavoro secondo nuovi schemi socio culturali?”

Mi permetto di tracciare la sintesi dell’incontro  con Maurizio Carta per suggerire in modo concreto agli amministratori un possibile percorso di crescita e di investimento. 
E’ sin troppo chiaro che la posizione di colui che scrive è comoda, ma penso possa essere realmente intelligente quando la riflessione diventa proposizione, dibattito e non sterile scontro. 

Emerge chiara la necessità di pensare alla nuova economia per la sopravvivenza attraverso azioni di: riqualificazione del costruito e dei siti ambientali; mediante il ridisegno delle connessioni tra i poli metropolitani e le principali infrastrutture (porti, stazioni, aeroporti) e nella scala interna tra le varie parti organiche del territorio; attraverso la riqualificazione rurale, rivalutando le colture, le singolarità biotiche, il sistema dei corsi di acqua, di masserie inserendoli in un contesto di funzionalizzazione con strutture di percorsi per il tempo libero e il lavoro. 
Sono tutte azioni che dovrebbero trasparire dalle piccole scelte quotidiane fatte e tracciate dalla Amministrazione ma soprattutto anche dalle scelte in sede di Consiglio Comunale e la mancata  adesione al Piano JESSICA (Joint European Support for Sustainable Investment in City Areas - Sostegno europeo congiunto per investimenti sostenibili nelle aree urbane) mi lascia perplesso e sconcertato, perché la lungimiranza per garantire la crescita di una città si valuta senza dubbio dalla capacità di captare questi agognati contributi europei che invece ci passano davanti come treni troppo veloci. 

domenica 10 maggio 2015

Se a Favara ci insegnano a sognare sotto la Luna





E’ il caso di dire che strane simmetrie risuonano nella mia mente. Soprattutto quando trovi quasi per caso un artigiano dedito a lavorare alla “cosa architettonica” con l’insistenza e la costanza di un sapiente musicista.
Un uomo desideroso di arrivare alla sua migliore esecuzione, di raggiungere la perfezione del ritmo, di suonare la sua stessa vita ed essenza e per fare ciò si spende in modo unico. 
Questo tipo di suono è il Sound che vi volevo descrivere, fatto di innumerevoli click di mouse ripetuti all’infinito e che alla fine costituiscono l’armonia di forme architettoniche singolari e contemporanee. 
Nel fare tale accostamento penso a famosi batteristi che giorno per giorno tracciano come Buddy Rich o Billy Cobham la filosofia del ritmo jazz.
Ho capito che in Sicilia si disegnano nuove rotte culturali, una nuova energia si avverte sulla base di fatti concreti trasformanti la realtà urbana e in riqualificazioni modulate su varia scala.
Le strategie messe in atto da privati, oggi divenuti veri e propri imprenditori di arte e cultura, si tramutano in una consapevole volontà politica di spostare il baricentro isolano attraendo energie culturale in un moto centripeto e mutando le rotte del pubblico d’arte. 
Favara come Berlino? 
Ho incontrato Lillo Giglia, un “architetto jazz” , l’ho visto padroneggiare la materia, nella doviziosa ricerca della corretta sintesi architettonica. Lillo propone, a Favara, un progetto incastonato nella Poetica di un Percorso costituito da una teoria di fatti architettonici densi di significati e figli del suo essere poliedrico. 
Le immagini a corredo di questo articolo raccontano la riqualificazione di un  tessuto urbano  sgranato dalla vetustà e dall’abbandono partendo dalla esperienza dilagante, esplosiva, coinvolgente del Farm Cultural Park. 
Qui Vicolo Luna dal nome evocatore di ispirazioni desideri e sogni per antonomasia ha insito il potere di volare verso un futuro fatto di ben alte mete con una denominazione che tra l’altro sembra un brand ricercato e più che mai contestualizzato…
Entrambe le esperienze sono una rassegna di forme che si sposano con la storia dei luoghi in modo organico, ricollocando nel tessuto urbano elementi in grado di tramandare il vissuto e conducono in un linguaggio di straniamento nuove matrici semiotiche e simbologiche.
Vuoti e pieni come nuovo e vecchio riemergono e giocano volutamente nel contesto, affondando nel dialogo di ridefinizione fisico-compositiva. 
Vecchie case dirute diventano centri di moderna aggregazione, centri polivalenti multifunzionali e capaci di attrarre eventi, risorse, investimenti, energie in un contesto pensate con gli occhi di un architetto visionario e appassionato.
C’è un “plus” in ogni spazio, in ogni dettaglio, laddove Lillo Giglia propone nuove suggestioni risemantizzando gli stilemi linguistici di una cultura metropolitana, in un obsoleto contesto storico, proiettando così l’intera città di Favara verso un’era (digitale, contemporanea, europea, del web) che più gli è consona nel linguaggio e nell’idea progettuale. 
Attraversando le sue nuove architetture (ancora in divenire) mi è parso di percepire una ricerca trasversale,  colta, connotata dal segno minimale trovato ora nella neutralità degli spazi grigi o nella scelta di grossi elementi in marmo monolitici e primordiali. 
Non c’è un uso sfrenato del razionalismo di ultima generazione, quanto lo sforzo artigianale di dialogare con la materia primigenia dove si tralascia la forma vetusta. 
Ho toccato con mano una cornice idonea ad aprire e a mostrare la vena spirituale in grado favorire processi urbani e regionali atti a coinvolgere i sensi, l’arte e la vita. 
Antropizzare diversamente, dialogare con la storia e le preesistenze, coinvolgere il contesto sociale per attivare strategie economiche di scala partendo dall’intrinseco patrimonio di precipua vocazione territoriale. 
Non lo dirò a parole, ma il confronto con i miei/vostri esperti, politici e imprenditori locali non esiste data la incapacità a pensare fuori dagli schemi. 

E’ sempre vero che Crisi è sinonimo di opportunità, scelta, discernimento e che gli ostacoli possono rimodularsi in opportunità e mi auspico pertanto che anche il nostro territorio monrealese un giorno possa avere il dono di essere ri-formato partendo da un sogno come fu nel medioevo con Guglielmo II.


 



Stato di Fatto e Render su Vicolo Luna

Fasi di sgombero macerie dal cortile interno
Stato di Fatto e Render del Cortile interno




Render Corte Interna

lunedì 4 maggio 2015

Stress Fest






Con il dovuto rispetto alle tradizioni, al folklore e alla religiosità (che peraltro non entra minimamente nel merito delle nostre considerazioni), questa settimana di festeggiamenti può essere considerata uno “stress test” per la vita della comunità cittadina e dunque possiamo fare scaturire un insieme di valutazioni e ponderazioni alla luce delle quali dibattere sul livello della qualità urbana proposta, attesa e poi effettivamente riscontrabile a Monreale. 

Se una rondine non fa primavera parimenti una festa non fa la forza del turismo e ciò per confermare quanto detto più volte da esperti del settore secondo cui la nostra offerta non costituisce una attrattiva tale da generare flussi turistici di notevole entità atteso che è anche cambiata in genere la tipologia stessa di fruizione dei soggiorni. 
E’ a tutti noto il problema endemico della distribuzione dei parcheggi e della tribolata gestione di questi, della assoluta mancanza di spazi verdi urbani e delle percorribilità pedonali, per non parlare delle offerte culturali che stentano a trovare vita osteggiate da palese indifferenza e “anaffettività” al fare culturale. 
Una città avrebbe dovuto crescere in modo lungimirante, distendendosi sul territorio con un fare più compatibile al paesaggio e alla sua stessa antropizzazione. Con uffici attenti e  vigili (n.d.a. Vigili è in questo caso un aggettivo) attivamente operanti per il controllo dei fenomeni di imperante abusivismo, pianificando, analizzando e controllando la crescita.
Oggi invece “sotto festa” e “sotto stress” i cittadini sono soggiogati da masse convulse che in modo entropico mettono sottoscacco l’urbana normalità.

Se mi limito ad osservare cosa accade in questa città, messa sotto torchio, noto ad esempio la difficoltà di gestione del traffico lungo le principali arterie cittadine, ostruite, intasate e congestionate come le vene di un malato di arteriosclerosi.

Il tessuto storico mal sopporta carichi dovuti ad eventi macroscopici e dal pesante impatto, pertanto sarebbe necessario stimolare ogni possibile processo vitale di adeguamento, nel preciso rispetto di pochi, ma ben evidenti valori morfologici e funzionali. 
Valori, analoghi a quelli da anni utilizzati altrove per la riqualificazione della Città Storica, non fanno riferimento alle singole “unità edilizie”, ma hanno come parametro sistemi edilizi e tessuti urbanistici. Questi rappresentano insieme una differenza di scala, ma al tempo una diversità di forme e di contenuti da tutelare: gli isolati a blocco, i fronti edificati su strada in linea o a edifici separati. 
La morfologia urbanistica di questi tessuti e ambiti storici dovrebbe essere oggetto di complessiva conservazione, ma anche di necessaria Ri-qualificazione richiesta da nuovi contenuti: per esempio trasformando in viali alberati alcune dorsali stradali spoglie e anonime; o preservando ovunque sia possibile la presenza di negozi lungo le strade, magari attrezzando i marciapiedi alla sosta e al passeggio.

Non parliamo della gestione del patrimonio storico lasciato pressoché abbandonato e/o incustodito, quando non del tutto snobbato poiché immateriale, sensitivo, fatto da sperimentazione di dinamiche esterocettive e introcettive. 
Per quale ragione allora fregiarsi di vivere in una città d’Arte? 
Se tornassi indietro con la memoria, tale definizione ci dovrebbe appartenere solo perché un mecenate volle donare uno “scrigno” a dei cinghiali e nonostante tutto il tempo trascorso tale è rimasta la popolazione del Reale Colle.
L’offerta culturale spesso è poco significativa, provinciale e di media qualità perché forse non si riesce ad essere maggiormente appetibili rispetto al capoluogo.
C’è da dire che difatti ci qualifichiamo molto male quando, nella promozione dell’evento dell’anno, si improvvisano con mezzi di fortuna estemporanee interviste ovvero nell’essere istituzionalmente rappresentati da blogger più o meno naif che postano commenti e contenuti arbitrari o di dubbia provenienza e attendibilità. 

Che stress questa festa laica, ne usciamo sconfitti, distrutti e barcollanti. 

Una città che sia nuova, confortevole e per definirla in termini attuali: “Smart” e creativa si dovrebbe configurare come una potente leva socio-urbanistica orientata ad un’azione di trasformazione intimamente alimentata dall’armartura culturale. 

Da una visione in cui le città più competitive sono quelle in grado di attrarre la classe creativa dobbiamo passare ad una visione progettuale in cui la città diventa generatrice di creatività, si configura come un potente incubatore di economie dell’innovazione, della cultura, della ricerca, della produzione artistica, investendo nella economia dell’esperienza e rafforzando il proprio capitale identitario. 

La città creativa è una tensione, richiede una visione prospettica e ci chiama all’azione. 
Sulla base di una maggiore Cooperazione urbana, dei strumenti di Comunicazione e di energiche risorse Culturali si gioca il futuro della nostra città. 
E il manifesto che dovrà guidare l’azione progettuale si articola attorno a quattro cardini: una visione guida, un obiettivo strategico, la produzione di risultati concreti e una chiara dimensione evolutiva.
L’Obiettivo primario dovrebbe tracciare e potenziare i processi di governance urbana. 
Ciò di solito consente di migliorare le qualità e i risultati dei progetti di riqualificazione in un’ottica di maggiore competitività, coesione e cooperazione.

Come Output dovremmo essere capaci di alimentare il suo nucleo creativo e di porlo a fondamento del progetto di futuro. Una nuova agenda urbana dovrebbe contenere principi e azioni che producano nuova creatività, ridisegnando i centri, distribuendo le reti, rigenerando i luoghi e aggregando i tessuti.

Il Futuro: L’economia creativa promuove uno sviluppo basato sulle identità culturali
e sull’innovazione: il recupero del patrimonio culturale (materiale e immateriale).
La riqualificazione delle aree dismesse, l’offerta di servizi culturali, la diffusione della ricerca e il potenziamento delle infrastrutture alimentano una nuova sostenibilità economica del rinascimento urbano.

George Barnard Shaw diceva: “alcuni uomini vedono le cose come sono e dicono: Perché?. 
Io sogno le cose come non sono mai state e dico: Perché No?

Istantanee del Post Festa all'interno del quartiere Ciambra