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lunedì 3 agosto 2015

Dal terreno emergono i brani di un antico Convento

Nel corso del 2014, sulla scorta delle pregresse esperienze (nel 2008 e nel 2011 con le quali sono stati sostenuti 21 progetti, per un'erogazione complessiva di 8 milioni di euro)", la Fondazione per il Sud "ha pubblicato una terza edizione del Bando per la valorizzazione del patrimonio storico-artistico e culturale nelle regioni meridionali, con l'obiettivo di promuovere e valorizzare l'uso 'comune' dei beni culturali, e permetterne un'ampia fruibilita' da parte della collettività. Rispetto alle precedenti edizioni, la Fondazione ha deciso di adottare una procedura inedita, che svincola la proprietà dell'immobile con la progettualità che in esso sarà sviluppata, prevedendo due fasi distinte".
Si tratta di beni per l'80% di proprietà di Enti Pubblici (76% Comuni), un 10% appartiene ad Enti Ecclesiastici, il restante rientra nella categoria Ville e palazzi storici, seguono luoghi di culto, castelli e fortezze, beni archeologici, beni di archeologia industriale e spazi di altra natura. Dei 221 beni proposti la Fondazione ne ha selezionati quattordici.  Cinque di questi in Sicilia: Villa Manganelli a Zafferana Etnea (Catania), Chiesa della Madonna della Raccomandata a Sciacca (Agrigento), Castello di Federico II a Giuliana (Palermo), 
Padiglione 10 e Padiglione 20 dei Cantieri culturali alla Zisa di Palermo. Nel corso della II fase dell'iniziativa, "gli immobili selezionati hanno partecipato al bando vero e proprio, che si e’ chiuso il 14 luglio, rivolto alle no profit del territorio per identificare le migliori proposte di interventi socio-culturali, economicamente sostenibili e capaci di favorirne la piena fruizione da parte della collettività mettendo a disposizione 4 milioni di euro”.
Ovviamente la nostra città non ha partecipato in alcun modo poiché non abbiamo alcuna notizia in merito né tantomeno vi sono candidature, del resto basta andare sul seguente sito e vedere il dettaglio dell’iniziativa (http://ilbenetornacomune.it).
Non parleremo adesso però del Castello di Federico II a Giuliana, ma di un altro bene sottratto invece del tutto all’uso comune e per giunta alla Memoria. Gli esperti del settore sono costretti a ricordarci delle cose e quando qualche settimana fa il consigliere Manuela Quadrante mi mostrò alcune foto a sorpresa. Io le dissi immediatamente di cosa si trattasse. Inoltre le persone della mia generazione che hanno avuto anche la fortuna di conoscere il lascito e la persona del professore Schirò, hanno memoria dell’ex Convento dei frati Cappuccini.
Una nota del Siusa (Sistema informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche n.d.r.) riporta che “I Cappuccini furono chiamati a Monreale nel 1580 dal cardinale Ludovico I Torres e si distinsero, per la loro vigorosa attività di culto e assistenza agli ammalati ed ai bisognosi. Dal 1662 il convento diventa luogo di studio dell'Ordine, dotato anche di una Biblioteca. Inoltre, il Comune si serviva dei Cappuccini per distribuire le elemosine. Dopo la legge di soppressione delle corporazioni religiose (R.D. n. 3036/1866) il convento venne incamerato e destinato a carcere mandamentale. La chiesa rimase aperta al culto e la Biblioteca assegnata al Comune”.



Oggi questo brandello di Monastero è venuto alla luce per scongiurare il pericolo degli incendi estivi a ridosso dell’ex seminario che ospita il Liceo Basile. E se dobbiamo dirla tutta il convento venne demolito proprio per fare spazio a tale orribile bubbone verde. Vediamo oggi i resti abbandonati di una cappella con affreschi molto deteriorati e che era certamente scomparsa dalla memoria della popolazione.
Dovremmo quindi promuovere operazioni che colleghino la salvaguardia del territorio e delle sue emergenze favorendo al tempo  percorsi di coesione sociale per lo sviluppo. Mi chiedo se sia giusto instillare ogni volta sentimenti di indignazione per incitare “a fare”.
Mi sconvolge il fatto di non trovare il disegno di una politica di lungo termine che cogliendo i tanti spunti riesca a strutturare politiche di sviluppo autopoietiche. Esistono fondazioni che sostengono centinaia di progetti “esemplari”, coinvolgendo migliaia di associazioni, cooperative, scuole, università, fondazioni, istituti ed enti, pubblici e privati, cittadini, soprattutto giovani.
Basterebbe un po' di sana fatica per allargare lo sguardo e condividere anche altre buone pratiche avviate, nel sociale, tentando di provocare innovazione nei processi di comunicazione sociale. E occasioni per la salvaguardia e la connessione di beni culturali possono stimolare nuove e valide forme di impresa che ad oggi non partono e non sono incoraggiate. 
- See more at: http://www.monrealepress.it/mp-monreale-che-scoperta-dal-terreno-emerge-lantico-convento-del-1600-8458.asp#sthash.f47Av5G9.dpuf

domenica 17 maggio 2015

Monreale vista da un iPhone


Mi sono cimentato in un gioco  che mi ha portato a riflettere su cosa possa essere oggi la capacità di attraversare una città e di interpretare ciò che essa rappresenta e ci comunica con i suoi segni del tempo, le sue rughe, con il nuovo e in secondo luogo a come essa possa rivelarsi ai nostri occhi.
Tutto sembra apparentemente incorporarsi e amalgamarsi, ma è solo una sovrapposizione o un eccessiva superfetazione e ogni pianificazione urbanistica e sociale sembra una utopia.

Spulciando su instagram con l’hashtag #Monreale ciò che emerge è l’occhio di un potenziale turista capace di emozionarsi solo dinanzi ai principali siti architettonici e a quanto di immediatamente circostante ad essi. Ma non cambia molto anche per chi è del luogo…

Il quesito che mi sono posto è dunque relativo all’approccio mentale che abbiamo rispetto la nostra città e alla sua percezione, qual è il punto di vista che cattura la vista e l’occhio? Come questo influenza i nostri percorsi mentali e poi fisici nell’attraversare vie e nello stringere relazioni?

Uno dei primi abitanti del villaggio di Mons Regalis ovviamente avrà potuto godere del connubio con una natura che avrà dovuto “spostare” quasi a forza per penetrarla e affermare lo spazio antropico, inoltre per svariati secoli la dimensione sarà stata connotata dalla lentezza.
La lentezza è oggi una rarità di inestimabile valore di cui si può godere in pochi eletti luoghi (uno tra questi è Venezia) ed insieme alla costanza dà la misura dell’amore verso le cose. 

Ieri il viaggiatore e il cittadino nel percorrere la città di Monreale potevano sentire la presenza di una forte regalità temporale e religiosa affermate dal simulacro della Chiesa conclamata nella emergenza di un complesso di architetture costellate da puntuali tessuti urbani a corollario.
Le immagini che ci raccontano questa visione (Laminae) sono ormai parte del nostro corredo iconografico in molti di noi sedimentato e stratificato nel personale immaginario.

Cosa vedono oggi i miei scatti fotografici fatti con un semplice smartphone? Vedo saccheggio, scempio, vedo i taxi posteggiati sotto un “Arco degli Angeli”  (immagine di un lassismo politico connivente e accomodante), faccio la foto a delle baracche grigie e grosse come bubboni con le ruote  trascinate nell’antivilla comunale per manifesta incapacità a uscire dagli schemi e inventare una soluzione o applicare un principio unico per tutti. 
Fotografo ancora scalinate di marmo sbeccate forse da “turisti affamati di billiemi" che negli anni hanno portato venditori abusivi come se fossero i loro stessi parassiti.
Ho fatto uno scatto a chi posteggia la notte in via Arcivescovado dinanzi al proprio esercizio commerciale per controllare la sua auto senza antifurto, 
Mi meraviglio nel vedere auto in sosta selvaggia e selvaggi dentro le auto desiderosi di posteggiare in piazza e passare dal sedile alla sedia di un’apericena.
Mi finisce peggio quando poi inviano sul mio profilo twitter documenti di un dopofesta con “ricordini” corporali dinanzi le porte altrui evidentemente ripensate e risemantizzate a vespasiano.

L’aspetto urbano è poi specchio progressivo del costume, Cicerone nelle Verrine gridava “O tempora, O mores….” io non trovo alcuna qualità architettonica, nessun premio alla contestualizzazione, nessuna ricerca verso l’inserimento contestualizzato e ragionato, palese frutto di una barbarie imperante e armonizzata nel tempo. 
Una città fin troppo spontanea, perché in tempi di recessione, prima culturali e poi economici fa sempre più appello all’informale come soluzione ai mali di una evidente inosservanza di regole e pianificazione. 
E laddove ci sono chiare regole, troviamo sempre qualcuno pronto a spostare i paletti della norma per soddisfare i bisogni del singolo.

E’ urbanistica e poi politica questa molteplicità fatta  da singoli attori nel territorio e da burocrati decisori?, ma dopo quasi cinquanta anni cosa mai ci ha lasciato Astengo? Quali immagini lascerò ai posteri quando abbandonerò il mio iPhone?