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sabato 1 ottobre 2016

Quale PD a Monreale? Un gruppo tutto da comprendere.




Penso sia il momento di innescare alcune riflessioni sulle vicende che hanno sino ad oggi travagliato il primo partito al governo della città di Monreale. 
Noi tutti sappiamo che oggi una scissione si è realizzata anche attraverso un atto di forza del primo cittadino che ha indotto il segretario del PD a fare delle scelte ovvero a decidere non facendole (questa lettura dipenderà dai punti di vista soggettivi) 
Non voglio cercare di schierarmi, ma cerco solo, oggettivizzando al meglio, di sviluppare una tesi utile a  comprendere quali fenomeni ci siano in atto e chi stia coerentemente cercando la strada del bene comune.

Ricordo un PD il cui proposito era di riunire il meglio delle esperienze storiche di matrice socialista con quelle del riformismo laico e in cui per la prima volta la scelta e l’impegno, in forme collettive, hanno liberato uomini e donne della tradizione cattolico-democratica e cristiano-sociale dalle riserve e dai condizionamenti del passato, consentendo loro di agire in un ambito politico insieme a quanti vengono da culture diverse. 
Questa sinistra, in questa città, è diventata forte allorquando ha smesso di essere solamente maschile, quando ha esaltato le soggettività  e ha cercato di esprimere un disegno propulsivo volto a creare un nuovo patto di cittadinanza sociale. 

In questi giorni mi sarei aspettato una maggiore forza da parte degli apparati provinciali e regionali per respingere l’offensiva di un pensiero povero, pseudo liberista che pretende di abbandonare il partito alla deriva dei rapporti di forza (e questo assunto non vale solo per una delle possibili fazioni, ma per entrambi). 

Prendo spunto dalle riflessioni di Alberto Asor Rosa (critico letterario, scrittore, politico e docente universitario n.d.r.) per parafrasare un suo pensiero e calarlo nel nostro contesto sociale: la deregulation (nell’agire politico) il “laissez faire” lo scatenamento delle forze è un costume cui maggiormente la Destra opta “naturaliter”. La Sinistra è invece il “governo del conflitto” di una società altamente conflittuale e non organica. 

Negli ultimi anni, aldilà delle trasformazioni a carattere nazionale, la natura intrinseca e l’offerta politica hanno scarsamente disegnato il profilo politico strategico di questa formazione politica che ha spesso adagiato le proprie sorti a quelle del sindacato confondendo funzioni e ruoli e nella ricerca di imitare modelli di attrazione più che di partecipazione. 

Perché allora una lista civica e un primo cittadino creano così scompiglio? 
Mi viene da pensare che il ruolo guida del partito sia venuto meno in quanto le prerogative e le istanze interne non siano mai state tali da imporsi nello sviluppo programmatico della giunta, presi dal gioco delle parti, sotto la spada di Damocle delle emergenze e per l’assenza evidente di un tavolo tecnico di riflessione meramente politica. 

Sono convinto che nell’azione di governo debba restare la “vis”  tipica dell’opposizione per sforzarsi di ragionare a distanza e con spirito critico. 
L’area di  sinistra e il PD avrebbero dovuto farci percepire la città come il luogo di nuovi spazi strutturati di incontro e scambio culturale, fattore propulsivo di un grande disegno volto a modernizzare la città nelle funzioni e nella interazione sociale. 

Di questo sistema esistono le basi (già solidissime) nella ricchissima gamma delle esperienze del volontariato, dell’associazionismo, della cooperazione sociale che potrebbero innescare politiche economiche efficaci all’interno di un vero e proprio mercato sociale in grado di generare servizi, occupazione, promozione di responsabilità e forme di autogoverno. 
Questo partito avrebbe dovuto indicare all’amministrazione il quadro degli interventi necessari per creare nuova occupazione e sviluppo, ad esempio, attraverso l’adeguata valorizzazione dell’impresa locale. 
Poiché oggi il modo migliore di fare sviluppo è riuscire a mantenere le soglie di occupazione. Penso a progetti di salvaguardia ambientale, di recupero del patrimonio storico-architettonico, di risanamento territoriale.

Resta il fatto che invece abbiamo due fazioni che dicono simultaneamente di avere titolarità a gestire il simbolo e il nome del partito e di seguito a prendere decisioni con il primo cittadino. 
Questa è una situazione imbarazzante e al tempo squallida, che getta ombre sugli attori del Partito Democratico e offusca la credibilità agli occhi dell’intera cittadinanza. 

Auspico intervento della Dirigenza perchè riesca a fare chiarezza sui ruoli e in merito alle specifiche appartenenze, tali da non essere più dettate dal possesso di una tessera, ma dall’agire politico e dal senso di responsabilità verso gli elettori che hanno sposato un progetto e espresso un atto di fiducia.


Uno dei banchi di prova sarà il prossimo Consiglio Comunale e giusto di fronte a questioni importanti e sostanziali come l’approvazione del Bilancio testeremo il grado di coerenza politica e sociale dei singoli soggetti politici.

sabato 5 marzo 2016

Cittadini di una SimCity



Non siamo i cittadini di una SimCity, ma persone che non possono essere subalterne alle estemporanee sortite di chicchessia.

Una città è un complesso e delicato organismo composto da relazioni socio economiche che abbisognano di cura, di estrema attenzione , di affinamento delle strategie politiche che abbiano ben visibili indirizzi di medio e lungo periodo. 
Negli ultimi sette anni nei centri storici delle medie città c'è stata una forte riduzione di negozi tradizionali, solo parzialmente attenuata dalla crescita del commercio ambulante (nel periodo 2008/2015 a Palermo il dato registra un -18,4%)

C'è, dunque, un concreto rischio di vedere una desertificazione commerciale dei centri storici da arginare per non creare disagi ai residenti e per rivitalizzare queste aree creando una maggiore coesione economica e sociale. 

Una strategia a livello nazionale esiste: guidare il commercio e le Amministrazioni comunali a una maggiore e migliore progettualità per utilizzare di più e meglio i fondi della Programmazione europea 2014-2020.
Sono concetti già più volte ribaditi dalle analisi sia di Confcommercio, Unioncamere che di ANCI. 
E hanno portato ad un progetto denominato UrbanPro: «Patto per le città» sottoscritto da ANCE,
Unioncamere, Consiglio Nazionale Architetti e Confcommercio che ha dato vita ad incubatori di facilitazione delle trasformazioni urbane.

Esiste un accordo per modificare i Piani Regolatori, favorire processi di rigenerazione urbana e
rivitalizzazione economica; si punta alla Valorizzazione dell’Agenda Urbana Europea e alla  Costruzione di una visione formativa nuova, condivisa con leFacoltà di ingegneria e architettura italiane
A tutto c’è un perché. E leggo la nascita di questa associazione di commercianti come un germoglio di questo cammino.

Non ho mai  sentito parlare di UrbanPro dai miei referenti politici locali, non ho mai letto un documento e una dichiarazione programmatica che mi riagganciasse a questi concetti. 
Quando poi registriamo evasive risposte del politico di turno che afferma di “aver già risolto o discusso il problema” restiamo basiti.
E mi permetto di mettere il dito sulla piaga su questioni a dir poco banali: se scendete verso Palermo trovate i ragazzi buttati su un lembo di marciapiede ad attendere il bus e non certamente seduti su una “civile panchina”, se saliamo le gradinate del parcheggio possiamo imbatterci su ambulanti abusivi e turisti poco accorti che si fanno male a causa di basole fatiscenti, per non parlare di una raccolta dei rifiuti ancora da terzo mondo.
Non mi meraviglio nemmeno quando poi invece di pagare un parcheggio per contribuire alla gestione della città, vengo “invitato a fare un obolo” al parcheggiatole abusivo di turno che impiega il suo tempo a guardare la mia autovettura ogni giorno. 

La gente ha voglia di reagire, ha voglia di risposte, perché la politica è quella dei fatti e non della virtualità di un social o delle risposte dal tono propagandistico pre elettorale.
Siamo stanchi perché si cerca la concretezza e l’ordine ed invece abbiamo una macchina che funziona male anche a causa di un motore (burocratico e dirigenziale) statico, poco motivato, impreparato, stanco, rilassato, su  cui lo stesso livello politico non arriva più ad intervenire data l’assoluta autoreferenzialità che negli anni è stata assunta. 

Potrei dirvi della profonda relazione tra l’anima di una città, l’urbanistica, il commercio, l’indotto turistico e la visione  di uno sviluppo sociale, ma siccome confido nella vostra intelligenza lascio a voi le dovute conclusioni. 


Mi auguro solo che questi coraggiosi e tenaci commercianti possano contribuire alla rivitalizzazione di una cittadina sempre più statica con interventi piccoli che siano in grado di creare condivisione e mistione delle competenze anche senza un appoggio “politico”. 

domenica 7 giugno 2015

Dammi un motivo per dire che sbaglio

La mercificazione del patrimonio culturale


La trasformabilità delle aree urbane è sotto gli occhi di tutti, negli ultimi anni di questa lunga pesante crisi, molti assetti sono cambiati in modo macroscopico, e nuove spinte si fanno spazio. Le desiderabilità sociali e le praticabilità ambientali sono frutto di vere e proprie spinte che hanno alla base riflessioni sullo sviluppo sostenibile maturate ormai livello mondiale 

Durante l’intervista della scorsa settimana con il Prof. Maurizio Carta  abbiamo concentrato la nostra attenzione su come agire, mediante una lettura serena, sui processi di riqualificazione del turismo come una delle principali leve della ricrescita e riqualificazione del nostro vasto territorio.

Alle volte pare difficile abbandonare una posizione di potere per uno stato inferiore di umiltà relativa. L’incapacità di guardare ad un fenomeno territoriale più ampio non conduce verso una elaborazione di una possibile alternativa (basti pensare alla parole di Rem Koolhaas). La crisi della città parte dal fatto che non dobbiamo farci ammaliare dagli strascichi di pensieri alla Derida: secondo cui non possiamo essere Tutto,  alla Baudrillard: per il quale non siamo Reali,  o farci imprigionare nel pressappochismo liquido di Bauman.
Se questa classe politica vuole, insieme a noi tutti, promuovere una reale ricrescita, una nuova era economica e socio-culturale, deve interpretare una nuova semantizzazione dell’ambiente e della città lasciando da parte i fantasmi di ordine o onnipotenza. 

I processi da agevolare sono quelli basati su forme economiche efficienti che si riconfigurino partendo da nuove e molteplici istanze di mercato in modo più complesso. Non è necessario inventarsi nuovi prodotti/servizi - siamo in un mercato saturo - ma offerte, che inseriscano nelle vecchie forme strutturali private e magari cooperativistiche, accoglienze sostenibili, in rete e architettate in una nuova veste. 
In fondo è la formula vincente di Steve Jobs quella cioè di far trovare in un solo apparecchio più servizi in contemporanea facendo funzionare tutto al meglio.  

Il problema delle aree da riqualificare e dell’edilizia si risolve spesso con interventi puntuali e  mirati ma soprattutto ripristinando in modo diverso. E’ tempo di cambiare l’approccio di base è il momento di “concretizzare” piuttosto che chiacchierare.
Possiamo ripartire ad esempio dal fenomeno della edilizia in legno, riconvertendo le maestranze verso un approccio più biosostenibile e compatibile, che incontri la domanda sempre più articolata e qualitativamente specifica. 

Alla luce della tavola rotonda sulle nuove frontiere del turismo esperenziale tenutasi di recente a Cefalù come però di tanti altri eventi del genere, non si legge un vero e proprio cambiamento di rotta.

Aleggia semmai imperante la logica di un  patrimonio da “sfruttare” a piene mani. 
Mentre negli Stati Uniti si impiega il denaro per creare cultura, nell’idea locale e tipicamente italiana si deve “bruciare la cultura” per creare denaro. 

Se il mio politico non lo capisse ( e qui il J’accuse è lampante) intendo indignarmi una volta per tutte per gli scempi che consentiamo nella nostra città. 
E’ inaccettabile, per l’agire politico, pensare  di non risolvere la problematica dell’aggressione perpetrata dagli “interessi privati” a quanto costituisce lo spazio pubblico e il sistema monumentale e territoriale tutto. 
Tu Signor Sindaco, tu Signor Assessore all’Urbanistica, Signor Assessore ai Beni Culturali siete chiamati in causa: pensate certamente - guardando in TV immagini disgustose - che sia uno scempio fare arrivare le Grandi Navi dentro la laguna di Venezia, ma cosa pensate di fare avallando le scorribande dei taxi attraverso le adiacenze storiche del Duomo? Quello stesso monumento che volete elevare a Bene da proteggere come Patrimonio dell’umanità?
Che umanità volete trasmettere alle generazioni future lasciando sostare le grigie scatole di souvenir di giorno in piazza e la notte dentro il complesso monumentale?
Dobbiamo sostenere i piccoli commercianti? No scusate. Oggi il turista non compra perché nel bagaglio low cost ci sta una maglietta e un jeans. Il commerciante di souvenir forse deve pensare a ricollocarsi nel mercato in modo diverso, vendendo materiale  di qualità con guadagni ben più remunerativi e non chincaglieria cinese. 
Oggi così facendo consentiamo un accattonaggio 2.0. 
State mercificando il patrimonio storico così come il patrimonio ecclesiastico fu saccheggiato e quasi vilipeso con un marketing dozzinale da un noto marchio di moda a uso e consumo di vestitini pacchiani e maglieria intima.
“Siamo certi di sapere chi valorizza cosa? Sono davvero questi privati a valorizzare il il Patrimonio? O non è il Patrimonio che valorizza i loro bilanci?” Se fosse valida la prima ipotesi dovrebbero omaggiare gratuitamente delle t-shirt con la scritta I Love Monreale e avremmo un ipotetico riscontro per la città. Invece è la scritta che consente al mercante di realizzare guadagni, perché il brand è “Monreale”.
Tomaso Montanari infatti sostiene la necessità di “parametrare le sedicenti verità sui privati con la misura della Costituzione (di certo una grammatica nota al mio Sindaco) perché l’Art. 9 ha spaccato in due la Storia dell’Arte. La Repubblica tutela il Patrimonio per promuovere lo sviluppo della Cultura… e questo serve al pieno sviluppo della persona umana e alla realizzazione di una uguaglianza sostanziale (Art. 3)”.
Mi aspetto confronti seri e e serrati su queste tematiche e non beghe sugli aspiranti nuovi assessori che sgambettano e “inciuciano” per accaparrarsi spazi di notorietà sulla ribalta politica di una povera città. 
Io non ho assolutamente nulla contro i piccoli commercianti legati a questo povero turismo (tanto non cambierà nulla tranquilli) è una questione di merito sulle logiche perdenti attivate intorno al sistema dei valori comuni. 
Voglio sentire la pulsione della linfa del cambiamento tanto sbandierata durante le fasi della campagna elettorale e sempre troppo presto accantonata. 
Le piccolezze umane mi interessano poco, perché registro invece mediocrità culturale, incapacità a mettere su tavoli di lavoro per la ricerca di soluzioni in modo moderno e aziendale. 

Non c’è intraprendenza amministrativa anche perché troppo inibita da pulsioni di apparati centripeti piegati a risolvere beghe interne causate da vetuste lotte intestinali sconcertanti. 

domenica 17 maggio 2015

Monreale vista da un iPhone


Mi sono cimentato in un gioco  che mi ha portato a riflettere su cosa possa essere oggi la capacità di attraversare una città e di interpretare ciò che essa rappresenta e ci comunica con i suoi segni del tempo, le sue rughe, con il nuovo e in secondo luogo a come essa possa rivelarsi ai nostri occhi.
Tutto sembra apparentemente incorporarsi e amalgamarsi, ma è solo una sovrapposizione o un eccessiva superfetazione e ogni pianificazione urbanistica e sociale sembra una utopia.

Spulciando su instagram con l’hashtag #Monreale ciò che emerge è l’occhio di un potenziale turista capace di emozionarsi solo dinanzi ai principali siti architettonici e a quanto di immediatamente circostante ad essi. Ma non cambia molto anche per chi è del luogo…

Il quesito che mi sono posto è dunque relativo all’approccio mentale che abbiamo rispetto la nostra città e alla sua percezione, qual è il punto di vista che cattura la vista e l’occhio? Come questo influenza i nostri percorsi mentali e poi fisici nell’attraversare vie e nello stringere relazioni?

Uno dei primi abitanti del villaggio di Mons Regalis ovviamente avrà potuto godere del connubio con una natura che avrà dovuto “spostare” quasi a forza per penetrarla e affermare lo spazio antropico, inoltre per svariati secoli la dimensione sarà stata connotata dalla lentezza.
La lentezza è oggi una rarità di inestimabile valore di cui si può godere in pochi eletti luoghi (uno tra questi è Venezia) ed insieme alla costanza dà la misura dell’amore verso le cose. 

Ieri il viaggiatore e il cittadino nel percorrere la città di Monreale potevano sentire la presenza di una forte regalità temporale e religiosa affermate dal simulacro della Chiesa conclamata nella emergenza di un complesso di architetture costellate da puntuali tessuti urbani a corollario.
Le immagini che ci raccontano questa visione (Laminae) sono ormai parte del nostro corredo iconografico in molti di noi sedimentato e stratificato nel personale immaginario.

Cosa vedono oggi i miei scatti fotografici fatti con un semplice smartphone? Vedo saccheggio, scempio, vedo i taxi posteggiati sotto un “Arco degli Angeli”  (immagine di un lassismo politico connivente e accomodante), faccio la foto a delle baracche grigie e grosse come bubboni con le ruote  trascinate nell’antivilla comunale per manifesta incapacità a uscire dagli schemi e inventare una soluzione o applicare un principio unico per tutti. 
Fotografo ancora scalinate di marmo sbeccate forse da “turisti affamati di billiemi" che negli anni hanno portato venditori abusivi come se fossero i loro stessi parassiti.
Ho fatto uno scatto a chi posteggia la notte in via Arcivescovado dinanzi al proprio esercizio commerciale per controllare la sua auto senza antifurto, 
Mi meraviglio nel vedere auto in sosta selvaggia e selvaggi dentro le auto desiderosi di posteggiare in piazza e passare dal sedile alla sedia di un’apericena.
Mi finisce peggio quando poi inviano sul mio profilo twitter documenti di un dopofesta con “ricordini” corporali dinanzi le porte altrui evidentemente ripensate e risemantizzate a vespasiano.

L’aspetto urbano è poi specchio progressivo del costume, Cicerone nelle Verrine gridava “O tempora, O mores….” io non trovo alcuna qualità architettonica, nessun premio alla contestualizzazione, nessuna ricerca verso l’inserimento contestualizzato e ragionato, palese frutto di una barbarie imperante e armonizzata nel tempo. 
Una città fin troppo spontanea, perché in tempi di recessione, prima culturali e poi economici fa sempre più appello all’informale come soluzione ai mali di una evidente inosservanza di regole e pianificazione. 
E laddove ci sono chiare regole, troviamo sempre qualcuno pronto a spostare i paletti della norma per soddisfare i bisogni del singolo.

E’ urbanistica e poi politica questa molteplicità fatta  da singoli attori nel territorio e da burocrati decisori?, ma dopo quasi cinquanta anni cosa mai ci ha lasciato Astengo? Quali immagini lascerò ai posteri quando abbandonerò il mio iPhone?

domenica 10 maggio 2015

Se a Favara ci insegnano a sognare sotto la Luna





E’ il caso di dire che strane simmetrie risuonano nella mia mente. Soprattutto quando trovi quasi per caso un artigiano dedito a lavorare alla “cosa architettonica” con l’insistenza e la costanza di un sapiente musicista.
Un uomo desideroso di arrivare alla sua migliore esecuzione, di raggiungere la perfezione del ritmo, di suonare la sua stessa vita ed essenza e per fare ciò si spende in modo unico. 
Questo tipo di suono è il Sound che vi volevo descrivere, fatto di innumerevoli click di mouse ripetuti all’infinito e che alla fine costituiscono l’armonia di forme architettoniche singolari e contemporanee. 
Nel fare tale accostamento penso a famosi batteristi che giorno per giorno tracciano come Buddy Rich o Billy Cobham la filosofia del ritmo jazz.
Ho capito che in Sicilia si disegnano nuove rotte culturali, una nuova energia si avverte sulla base di fatti concreti trasformanti la realtà urbana e in riqualificazioni modulate su varia scala.
Le strategie messe in atto da privati, oggi divenuti veri e propri imprenditori di arte e cultura, si tramutano in una consapevole volontà politica di spostare il baricentro isolano attraendo energie culturale in un moto centripeto e mutando le rotte del pubblico d’arte. 
Favara come Berlino? 
Ho incontrato Lillo Giglia, un “architetto jazz” , l’ho visto padroneggiare la materia, nella doviziosa ricerca della corretta sintesi architettonica. Lillo propone, a Favara, un progetto incastonato nella Poetica di un Percorso costituito da una teoria di fatti architettonici densi di significati e figli del suo essere poliedrico. 
Le immagini a corredo di questo articolo raccontano la riqualificazione di un  tessuto urbano  sgranato dalla vetustà e dall’abbandono partendo dalla esperienza dilagante, esplosiva, coinvolgente del Farm Cultural Park. 
Qui Vicolo Luna dal nome evocatore di ispirazioni desideri e sogni per antonomasia ha insito il potere di volare verso un futuro fatto di ben alte mete con una denominazione che tra l’altro sembra un brand ricercato e più che mai contestualizzato…
Entrambe le esperienze sono una rassegna di forme che si sposano con la storia dei luoghi in modo organico, ricollocando nel tessuto urbano elementi in grado di tramandare il vissuto e conducono in un linguaggio di straniamento nuove matrici semiotiche e simbologiche.
Vuoti e pieni come nuovo e vecchio riemergono e giocano volutamente nel contesto, affondando nel dialogo di ridefinizione fisico-compositiva. 
Vecchie case dirute diventano centri di moderna aggregazione, centri polivalenti multifunzionali e capaci di attrarre eventi, risorse, investimenti, energie in un contesto pensate con gli occhi di un architetto visionario e appassionato.
C’è un “plus” in ogni spazio, in ogni dettaglio, laddove Lillo Giglia propone nuove suggestioni risemantizzando gli stilemi linguistici di una cultura metropolitana, in un obsoleto contesto storico, proiettando così l’intera città di Favara verso un’era (digitale, contemporanea, europea, del web) che più gli è consona nel linguaggio e nell’idea progettuale. 
Attraversando le sue nuove architetture (ancora in divenire) mi è parso di percepire una ricerca trasversale,  colta, connotata dal segno minimale trovato ora nella neutralità degli spazi grigi o nella scelta di grossi elementi in marmo monolitici e primordiali. 
Non c’è un uso sfrenato del razionalismo di ultima generazione, quanto lo sforzo artigianale di dialogare con la materia primigenia dove si tralascia la forma vetusta. 
Ho toccato con mano una cornice idonea ad aprire e a mostrare la vena spirituale in grado favorire processi urbani e regionali atti a coinvolgere i sensi, l’arte e la vita. 
Antropizzare diversamente, dialogare con la storia e le preesistenze, coinvolgere il contesto sociale per attivare strategie economiche di scala partendo dall’intrinseco patrimonio di precipua vocazione territoriale. 
Non lo dirò a parole, ma il confronto con i miei/vostri esperti, politici e imprenditori locali non esiste data la incapacità a pensare fuori dagli schemi. 

E’ sempre vero che Crisi è sinonimo di opportunità, scelta, discernimento e che gli ostacoli possono rimodularsi in opportunità e mi auspico pertanto che anche il nostro territorio monrealese un giorno possa avere il dono di essere ri-formato partendo da un sogno come fu nel medioevo con Guglielmo II.


 



Stato di Fatto e Render su Vicolo Luna

Fasi di sgombero macerie dal cortile interno
Stato di Fatto e Render del Cortile interno




Render Corte Interna

lunedì 4 maggio 2015

Stress Fest






Con il dovuto rispetto alle tradizioni, al folklore e alla religiosità (che peraltro non entra minimamente nel merito delle nostre considerazioni), questa settimana di festeggiamenti può essere considerata uno “stress test” per la vita della comunità cittadina e dunque possiamo fare scaturire un insieme di valutazioni e ponderazioni alla luce delle quali dibattere sul livello della qualità urbana proposta, attesa e poi effettivamente riscontrabile a Monreale. 

Se una rondine non fa primavera parimenti una festa non fa la forza del turismo e ciò per confermare quanto detto più volte da esperti del settore secondo cui la nostra offerta non costituisce una attrattiva tale da generare flussi turistici di notevole entità atteso che è anche cambiata in genere la tipologia stessa di fruizione dei soggiorni. 
E’ a tutti noto il problema endemico della distribuzione dei parcheggi e della tribolata gestione di questi, della assoluta mancanza di spazi verdi urbani e delle percorribilità pedonali, per non parlare delle offerte culturali che stentano a trovare vita osteggiate da palese indifferenza e “anaffettività” al fare culturale. 
Una città avrebbe dovuto crescere in modo lungimirante, distendendosi sul territorio con un fare più compatibile al paesaggio e alla sua stessa antropizzazione. Con uffici attenti e  vigili (n.d.a. Vigili è in questo caso un aggettivo) attivamente operanti per il controllo dei fenomeni di imperante abusivismo, pianificando, analizzando e controllando la crescita.
Oggi invece “sotto festa” e “sotto stress” i cittadini sono soggiogati da masse convulse che in modo entropico mettono sottoscacco l’urbana normalità.

Se mi limito ad osservare cosa accade in questa città, messa sotto torchio, noto ad esempio la difficoltà di gestione del traffico lungo le principali arterie cittadine, ostruite, intasate e congestionate come le vene di un malato di arteriosclerosi.

Il tessuto storico mal sopporta carichi dovuti ad eventi macroscopici e dal pesante impatto, pertanto sarebbe necessario stimolare ogni possibile processo vitale di adeguamento, nel preciso rispetto di pochi, ma ben evidenti valori morfologici e funzionali. 
Valori, analoghi a quelli da anni utilizzati altrove per la riqualificazione della Città Storica, non fanno riferimento alle singole “unità edilizie”, ma hanno come parametro sistemi edilizi e tessuti urbanistici. Questi rappresentano insieme una differenza di scala, ma al tempo una diversità di forme e di contenuti da tutelare: gli isolati a blocco, i fronti edificati su strada in linea o a edifici separati. 
La morfologia urbanistica di questi tessuti e ambiti storici dovrebbe essere oggetto di complessiva conservazione, ma anche di necessaria Ri-qualificazione richiesta da nuovi contenuti: per esempio trasformando in viali alberati alcune dorsali stradali spoglie e anonime; o preservando ovunque sia possibile la presenza di negozi lungo le strade, magari attrezzando i marciapiedi alla sosta e al passeggio.

Non parliamo della gestione del patrimonio storico lasciato pressoché abbandonato e/o incustodito, quando non del tutto snobbato poiché immateriale, sensitivo, fatto da sperimentazione di dinamiche esterocettive e introcettive. 
Per quale ragione allora fregiarsi di vivere in una città d’Arte? 
Se tornassi indietro con la memoria, tale definizione ci dovrebbe appartenere solo perché un mecenate volle donare uno “scrigno” a dei cinghiali e nonostante tutto il tempo trascorso tale è rimasta la popolazione del Reale Colle.
L’offerta culturale spesso è poco significativa, provinciale e di media qualità perché forse non si riesce ad essere maggiormente appetibili rispetto al capoluogo.
C’è da dire che difatti ci qualifichiamo molto male quando, nella promozione dell’evento dell’anno, si improvvisano con mezzi di fortuna estemporanee interviste ovvero nell’essere istituzionalmente rappresentati da blogger più o meno naif che postano commenti e contenuti arbitrari o di dubbia provenienza e attendibilità. 

Che stress questa festa laica, ne usciamo sconfitti, distrutti e barcollanti. 

Una città che sia nuova, confortevole e per definirla in termini attuali: “Smart” e creativa si dovrebbe configurare come una potente leva socio-urbanistica orientata ad un’azione di trasformazione intimamente alimentata dall’armartura culturale. 

Da una visione in cui le città più competitive sono quelle in grado di attrarre la classe creativa dobbiamo passare ad una visione progettuale in cui la città diventa generatrice di creatività, si configura come un potente incubatore di economie dell’innovazione, della cultura, della ricerca, della produzione artistica, investendo nella economia dell’esperienza e rafforzando il proprio capitale identitario. 

La città creativa è una tensione, richiede una visione prospettica e ci chiama all’azione. 
Sulla base di una maggiore Cooperazione urbana, dei strumenti di Comunicazione e di energiche risorse Culturali si gioca il futuro della nostra città. 
E il manifesto che dovrà guidare l’azione progettuale si articola attorno a quattro cardini: una visione guida, un obiettivo strategico, la produzione di risultati concreti e una chiara dimensione evolutiva.
L’Obiettivo primario dovrebbe tracciare e potenziare i processi di governance urbana. 
Ciò di solito consente di migliorare le qualità e i risultati dei progetti di riqualificazione in un’ottica di maggiore competitività, coesione e cooperazione.

Come Output dovremmo essere capaci di alimentare il suo nucleo creativo e di porlo a fondamento del progetto di futuro. Una nuova agenda urbana dovrebbe contenere principi e azioni che producano nuova creatività, ridisegnando i centri, distribuendo le reti, rigenerando i luoghi e aggregando i tessuti.

Il Futuro: L’economia creativa promuove uno sviluppo basato sulle identità culturali
e sull’innovazione: il recupero del patrimonio culturale (materiale e immateriale).
La riqualificazione delle aree dismesse, l’offerta di servizi culturali, la diffusione della ricerca e il potenziamento delle infrastrutture alimentano una nuova sostenibilità economica del rinascimento urbano.

George Barnard Shaw diceva: “alcuni uomini vedono le cose come sono e dicono: Perché?. 
Io sogno le cose come non sono mai state e dico: Perché No?

Istantanee del Post Festa all'interno del quartiere Ciambra